Quantunque avesse cinquantasei anni e cominciasse già ad essere corroso da quel morbo pediculare che poi lo trasse a morte, visto da lungi, mostrava ancor bionda la chioma inanellata e spessa e prolissa, il solo dono di cui la natura lo fece insigne, e in gioventù potè farlo parere perfino avvenente. Ma ne’ suoi occhi grandi ed azzurri balenava una luce sinistra, piena di terribilità, che teneva in isgomento i soggetti e provocava in tutti un senso di disgusto indicibile, e tanto più che al color fulvo-chiaro delle chiome e alla tinta cerulea degli occhi faceva stranissimo contrasto il colore bruno della pelle chiazzata qua e là di macchie bianche, onde, allorchè fu in Atene, un Greco mordace avea chiesto chi mai fosse quel moro infarinato.

Ma intanto che sagrificavasi, tutte le teste a un tratto si volsero al culmine del colle Capitolino. Colà con maraviglia di tutti era salito un uomo a cavallo, per guardare la scena sottoposta; e subito per le bocche di tutti corse il nome di Giulio Cesare. Perdonato da Silla per intervento delle vergini Vestali, esso era in quei dì tornato a Roma con intenzione di ripartirne tosto, affine di prendere commiato dalla consorte e consolarla della morte d’una sua sorella, che era avvenuta in quei giorni appunto. Sebbene quel grado di consanguineità non fosse tale da obbligarlo a vestir la toga del corruccio, pure cercando esso tutte le vie per rendersi singolare e fermar la pubblica attenzione in ogni modo, apparve colà tutto bruno come la morte, e inforcando un cavallo tutto nero come la pece. Pompeo trionfava e tutta Roma era piena di Pompeo, pure in quel punto il diciottenne Giulio trovò il modo di distaccare da colui gli sguardi del popolo romano e farli rivolger tutti sopra di sè. Lucio Silla, seguendo il movimento di tutte le teste che gli ondeggiavano d’intorno, dirizzò anch’egli colà la sua truce pupilla, e vedendo l’abborrito fanciullo, ne torse indispettito la faccia.

II. LAJA PITTRICE E IL RITRATTO DI CESARE.

La ragione per cui sulla sommità del clivo Capitolino, intanto che Pompeo trionfava, era comparso improvvisamente Giulio Cesare, non era stata indovinata da nessun Romano; neppur da Pompeo, troppo saturo d’orgoglio, per sospettare in altri intenzioni rivali. Ma l’osservatore Lucio Cornelio Silla, che nella toga mal cinta del giovinetto parente di Mario aveva letto il futuro, tosto, allorchè volse la testa iraconda a quell’inattesa apparizione, ne intravide l’intento e ne parlò poi sdegnosissimamente con Lucullo banchettando seco lo stesso dì.

Cesare il seppe, e giacchè, anche senza questo nuovo sdegno, non riposava tranquillo sul perdono strappato all’onnipotente dittatore dalle preghiere e dalle lagrime delle Vestali, pensò, come tutti sanno, di lasciar Roma, e andò a militare in Asia sotto Marco Termo pretore, intrattenendosi in Bitinia presso Nicomede; poi militò in Cilicia sotto Servilio Isaurico, e non ritornò in Roma se non quando fu certissimo che le piattole vendicatrici avevano consegnato all’Averno il suo mortale nemico.

Appena ritornato, il suo primo pensiero fu di abbandonare il palazzo avito che teneva sul Palatino e di farsi architettare nella Suburra una piccola casa grecamente elegante, che in breve gli costrusse il suo amico Ermodoro di Salamina, il celebre autore del tempio di Giove presso il portico di Metello. Non v’è atto della prima gioventù di Cesare, anche il più minuto e a primo tratto insignificante, che non meriti di essere intimamente esplorato. Tutto per lui aveva una ragione di essere; perfino le inezie tenevano in germe un remoto intento. Il Palatino era il quartiere dove sorgevano i palazzi del più vetusto patriziato romano (i nobiloni dei quattro quarti d’allora). Esso, come dice Ampère, era a Roma quel che il sobborgo St. Germain è a Parigi. Era la nostra Porta Nuova, il Borgo Nuovo, la via de’ Bigli, la via Monforte; quel che si vuole insomma. Sulla linea parallela del Palatino, al di là della basilica Opima e della via Sacra e del tempio degli Dei Penati, correva la via del Foro alle Carine, dove abitava la gente nuova, i cavalieri, gli uomini di toga e di borsa, i causidici, i banchieri, i ricchissimi aggiotatori della pubblica fame. Cesare abbandonando il quartiere della gente vetusta, non si degnò di traslocare in quello della gente nuova, ma trasportò la sua dimora dove s’affollavano a miriadi le casupole, le botteghe e le officine della porca plebe, dove rintronavan martelli e incudini e stridevan seghe, dove vagolavan meretrici e vespertini adulteri, dove stava persino l’abbominata dimora del carnefice di Roma.

La Vedra, le Vedrazze, il borgo di Cittadella, il vicolo del Sambuco in Milano potrebbero dare, sebbene con maggior decoro, una qualche imagine della Suburra, la quale si stendeva sul monte Celio appena fuor della mura (extra mœnia). E Giulio Cesare venne ad abitar qui precisamente. Or non si pressente già colui che preferiva di esser primo in un villaggio che secondo in Roma? La casa di Cesare, veduta da lunge aveva l’apparenza di un tempietto greco: sarebbesi detta la dimora di un nume, e ciò anche per l’eccessivo contrasto colle catapecchie che in lungo e in largo le sorgevano d’intorno. Correvan le none di maggio dell’anno di Roma 674 — ovverosia il cinque maggio. Era l’ora quinta del giorno (hora quinta diei; — mane ad meridiem). Intorno alla casa e sotto il portichetto a colonne joniche stavan clienti, ombre; vi eran soldati dalle profonde cicatrici, dalle braccia monche, dalle troncate gambe, dalle chiuse e bendate occhiaje, probabilmente i derelitti veterani di Mario; — e fra tutti, per le insolite vesti, si distinguevano i lerci ebrei, i vampiri usuraj che attendevano al varco il già tanto indebitato pronipote della Venere dea. — Ma si entrino i penetrali, a visitarvi il divo Giulio; e come l’Apollo sagittario ei ci si presenta infatti nudo come la celebre statua greca, bianco e diafano come il marmo pario, posante come quel dio. Egli stava in quel punto facendosi ritrattare dalla più valente pittrice di quel tempo, da quella celeberrima Laja di Mileto, che dipinse per la prima volta sè stessa nelle proporzioni del naturale adoperando gli specchi di cristallo grandi come il corpo umano: i quali specchi insieme coi vitrei musaici, erano stati introdotti in Roma dalla Grecia fin dai primi tempi di Silla (Specula totis paria corporibus). La giovine Laja, severa come una Minerva, inaccessibile a qualunque senso che non fosse il più profondo amore dell’arte, sedeva innanzi a quella statua viva disegnandone i contorni su di un’ampia tavola.

Presenti a quella seduta artistica c’era il vecchio Sopolis, il maestro di Laja, il più distinto ritrattista di Roma, prima che quella fiorisse, e che amava la sua allieva più di sè stesso e della quale, anzichè avere invidia, si gloriava. Medesimamente stava presso a Cesare il suo vecchio famulo Taltibio, che idolatrava il padrone avendolo portato fra le braccia infante. Cesare non credendo che Laja venisse in compagnia di Sopolis, per un tratto di squisita delicatezza volle presente il vecchio famulo, onde stornare sospetti e non scemare d’un punto l’innocente severità dell’arte. Taluno potrebbe dire: e perchè allora farsi ritrattare in quel costume così eccessivamente scoperto? Cesare non lo deve aver fatto a caso. Sapeva di aver forme bellissime e desiderava che ciò si sapesse in Roma e fosse testificato dall’inappellabile giudizio degli artisti.

— Una dote di più, pensava egli, è un’arma di più. Cinquantamila giovani dame romane ben possono, ad un bisogno e secondo i loro mezzi, confederarsi a cinquantamila strenui soldati; e in ogni modo aiutarmi nei privati convegni sollecitando a mio pro amanti, parenti e mariti.

La figura di Cesare, alta, elegante, asciutta come quella di tutti i giovani, offriva all’occhio le proporzioni del discobolo greco. Vista un po’ da lunge pareva aver braccia e gambe non fortissime; ma queste vedute dappresso e misurate, oltrepassavano la grossezza comune; grossezza che veniva dissimulata dall’egregia proporzione appunto. Alcuni autori antichi e moderni ebbero a far le meraviglie confrontando la gracilità alle fatiche incomportabili e straordinarie ch’egli solo potè sostenere. Ma fisicamente, non si fa se non quel che si può fare: e per quanto la virtù dell’animo, o a dir meglio, l’ispirazione, il soffio, il dio prepotente della volontà possa far prodigi, se non c’è la potenza dei muscoli, le fatiche non si possono protrarre a lungo. Alessandro, Cesare e Bonaparte ebbero tutti e tre forme apparentemente arrotondate; ebbero pelle candidissima e quasi muliebre; ma nessuno più di loro seppe resistere alle fatiche del campo. La forza veniva celata dall’epidermide; come l’ambizione sterminata e la profonda scelleraggine dall’amabile astuzia e dall’ingannevole volto.