Tuttavia, in quelle membra egregie di Cesare, c’era un lieve difetto. Verso le regioni dei lombi, la spina dorsale, quella che Napoleone al cospetto della scoperta di Volta, disse essere la pila della vita animale, appariva lievissimamente deviata; deviazione che l’anatomico riscontrò pur nel cadavere imbalsamato di Napoleone allorchè da Sant’Elena venne trasportato in Francia. Strana somiglianza che, sebbene in diverso modo, pur si riscontra nell’apollineo collo di Alessandro il Grande, di alcun poco inclinato da un lato. Si direbbe che il ganglio massimo, che è la testa, abbia voluto in questi tre uomini che rappresentano la più sterminata potenza delle facoltà mentali, dare indizio della sua eccezionale pesantezza gravitando sulle altre parti del corpo. E un altro difetto che non appariva ancora nel ventenne Cesare, ma doveva rivelarsi precocemente, era la calvizie. Non si può sapere da che questa sia derivata in lui, e come derivi in altri. Ma la testa di Cesare offriva un fenomeno strano; mettendo la mano al disopra di essa, anche alla distanza di un palmo, si sentivano gli effetti come di una forte irradiazione di calore e sovente una lieve onda di fumo vaporoso ne lambiva la superficie, quasi che una fiamma riscaldasse internamente le cavità del cranio.

La pittrice Laja non conosceva questi fenomeni, e non poteva prevedere la calvizie futura nella chioma corvina acconciamente inanellata dell’elegante patrizio; ed era tutta intenta invece, nella sfiducia che in quel punto l’aveva assalita, a cercar di ritrattare la luce degli occhi di Cesare (nigri et vegeti) che abbagliavano dominando, e parevano parlare pur nel silenzio del labbro, il quale era roseo e tumido a significazione di voluttà, e dava di tanto in tanto un tremito lieve come se la parola gli scorresse sopra ed ei volesse trattenerla. Pareva il labbro di lord Byron, questo Cesare non riuscito, come Champagny ebbe già a definirlo.

La seduta durò quasi due ore.

A un certo punto Giulio Cesare con morbido accento:

— Sarai stanca, o Laja, disse, proseguiremo domani. Non voglio che la tua mano s’affatichi più del conveniente. Tuttavia fammi certo, o Laja, del quando, impiegando due ore al giorno, il mio ritratto sarà compiuto.

— Oggi siamo alle none di maggio. A quelle di giugno il popolo romano vedrà l’effigie tua sotto al portico di Metello. In quel giorno farai in modo, o Giulio, di essere assente da Roma e farai correr la voce che ciò possa essere per qualche grande impresa, a meno che tu non t’incarichi di compirla davvero. Affinchè il ritratto sia convenientemente apprezzato e metta in entusiasmo il tuo popolo, conviene ch’ei senta il desiderio dell’originale lontano.

— Quel che possa avvenire tra un mese non lo so; ma certo sarà appagato il tuo desiderio.

Laja si alzò e uscì col vecchio Sopolis, attraversando un lungo androne affollato di cittadini romani.

Cesare infilò la toga che Taltibio gli porse e, guardandosi in uno di quegli specchi grandi fino alla proporzione dell’uomo, che gli eran venuti da Atene, se la cinse larghissima, studiando con gran cura un partito di pieghe che pareva riuscito a caso e per gli effetti della noncuranza. Voleva ei forse velare con quella, in apparenza, fortuita combinazione di linee, di occhi e di borzacchini l’incorreggibile deviazione della spina dorsale? Di Cesare in fuori, nemmeno Giove Ottimo Massimo poteva saperlo.

Quando ei si fu bene acconciato, entrò nell’androne girando lo sguardo intorno, sorridendo a quanti eran là congregati, stringendo la mano a tutti.