I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio, ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.
Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e come potè si mise a sedere.
Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una giovinetta schiava:
— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. — Cedila dunque a me.
Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta; nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo, si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì dalla stanza.
La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.
Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro. — Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel giovine in qualche magistratura.
Cicerone era Quartumviro alla Moneta di Roma, quel che oggi si direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè desse posto a quel giovine negli uffici della Moneta appunto. — Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente rimaner tinte le mani.
Fulvia, quando la schiava fu uscita:
— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna cosa.