— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.

Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.

Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.

Tornò il servo.

— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.

Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si rifiutasse.

— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. — Anche l’ora è tardissima. — Va.

Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’ cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.

Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.

Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.