— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta voce Quadrantaria, quand’essa passeggiava per la via Sacra.

— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.

— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea. Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre sangue ferino.

— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.

— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?

— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do Pompea in isposa.

— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a Cesare.

XI. CLODIO E POMPEA.

Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio, dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa diva.

In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente. Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma, il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.