Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea, e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a tutti.
Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone, dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva; ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo; subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate, ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava. Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di Roma.
— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte quale tu sei.
E si mise a sedere vicinissima a lui.
In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio. Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si assomigliavano.
— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono le medesime.
Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un tratto balzato in piedi: