Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio. Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne; guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè stesso.

Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:

— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue. Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto qui adesso.

— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.

— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici, ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la prima volta sarà visto il figlio punire il padre.

— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.

— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro; prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone; e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna mia.

— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.

Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato, aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.

— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti aspetto, o scellerato.