— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto l’inferno dell’anima tua.
— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.
Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:
— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire — egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua madre e sua sorella e sua figlia.
— E muori dunque tu.
E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di terrore ed anche di pietà mandarono i servi.
Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.
E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca soave che si chiuse per sempre.
Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.
Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio. Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava, singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.