II. CESARE E PUBLIO SCEVA.
Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura, come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo, al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma, celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj, si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune, potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.
Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al pari e più di quel d’Orazio.
Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia. Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore, minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia, chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione, all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e gli baciaron le mani.
— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in qualche sospensione.
— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti femminili.
— E non è uscito Marco?
— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.
Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di Marco. Disse poi all’ostiario:
— Io m’inoltro alle stanze di Publio.