— Non entrare, o Cesare, in tal momento.
— È in tal momento ch’io debbo entrare.
L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze interne. D’una in altra passò a quella di Publio.
Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi, Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi, ribaciata Gordiene:
— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi; nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.
— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua volerà più presto incontro all’anima della schiava.
— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.
Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse; e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna. Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.
Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a Cesare:
— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli, è bisogno che ti rechi a quella casa.