— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa alle agnelle, non per ciò le agnelle vengono contaminate, nè patisce disonore il padrone dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso certissimamente?

— Mille donne il videro.

— Era vuotato il Mellario quando lo videro?

— A che accenni tu?

— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, acqua tersa e leggera, che attraversando cento miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel Mellario sacro avesse brillato quest’onda, non avreste veduto Clodio; no, ma la sorella di lui. Castore e Polluce erano men gemelli di costoro due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.

— E dunque?

— Io dovrei accusar Clodio domani, come la legge impone, ma non l’accuserò. Di codesti Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni modo: nella testa, nel cuore, nel sangue. E costoro mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla destra); non mi basta il tempo per provvedere alle inutili vendette che tu mi consigli. Altre vendette io voglio, ma grandi, più grandi di Roma, grandi come l’universo. Codesti Clodj son belve, e l’uomo usufrutta le belve, solleticandole. Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella penetrò nell’apprestato santuario della dea.

— Ma e permetterai tu che Pompea?...

— Ella non fu che sventurata....

— Sventurata?