— Sventurata che le verghe abbiano strappato una menzogna alla bocca dell’ancella; che le vestali e le matrone prostrate alla dea castissima, l’abbian creduta capace di tradir me, me Cesare, figlio della veneranda Aurelia, e che perciò io debba essere costretto a ripudiarla.

— Non ti comprendo, o Giulio.

— Il tuo senno doveva precorrere il mio. Non basta che la moglie di Cesare sia innocente, ella doveva essere superiore ad ogni sospetto. Però, se non fu, esca dalla mia casa e si cerchi altro marito. Ed ora bacia tuo figlio, o veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè gli occhi tuoi accusano la stanchezza della notte vegliata.

Aurelia, grave e silenziosa, partì.

Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla in fronte con riverenza. Ei fremeva di dentro; ma la madre non vide che serenità e calma.

XIV. I BAGNI AL PONTE FABRICIO.

Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta Roma stette variamente commossa di stupore. Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi ai riti privilegiati della dea Bona con sacrilego intento. Solo nell’anno 640 di Roma un improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto da curiosità spensierata, vi si era accostato; e scoperto, e condannato, e chiuso nel carcere Mamertino, vi era morto prima che spirasse il lustro espiatorio. Ma anche fuori del sacrilegio, onde inorridivano i devoti di quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile agli stessi conscellerati suoi amici e seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di Cesare, del prediletto, del già divino Cesare; per l’offesa recata ad Aurelia, sacra tra le matrone; e l’insulto, onde nella baciata Pompea aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel tempo, tornato allora dalla guerra mitridatica, tra i raggi di una gloria che non pareva superabile, e i fumi di un orgoglio senza misura, onde nel tempio consacrato, dopo il trionfo a Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver esso uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento navi, conquistate più di mille e cinquecento città. — Però i riti più vietati, la castità più custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei due più benedetti dalla dea Fortuna, Clodio aveva saputo avvolgere in un’onta sola.

Intorno all’ora che i Romani chiamavano meridiei inclinatio, risuonava di voci il grande edificio dei pubblici bagni, che Cesare, essendo edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza, sebben di legno, presso al ponte Fabricio. Prima di Cesare, i pubblici bagni avevano servito soltanto per le povere classi; ma con lui e per lui vennero poi frequentati anche dai ricchi patrizj, dai senatori e dai cavalieri. A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre si scorgeva in esso l’intento sociale di equiparar le classi, di abbassare la nobiltà, confondendola con quella che Tullio chiamò la feccia di Romolo, e di rendersi così affezionata, obbediente e ligia la parte massima del mondo romano, ossia quella vasta e varia ed eterna plebe, mare magno nel quale egli intendeva di soffiar la procella a sua voglia, e di mandarvi naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era vastissimo, e poteva contenere più di tremila persone. Era di legno, ma non appariva tale, perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro faceva splendidi gli architravi e i capitelli corinzj. Intorno all’edificio balneario v’erano botteghe e taberne d’ogni genere; le più eleganti sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste alcune che sulla facciata portavano scolpita la parola — Refectorium. — Fuori di esse v’eran tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri con stelle, a riparo del sole. Alle cineree toghe degli ultimi plebei, alle pulle degli atrati, mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio balneario, e purpurei laticlavj, e toghe pure e palmate e preteste, e loriche metalliche di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe, fu vista a brillare anche la clamide coccinea di Pompeo che uscì all’aperto recandosi sotto una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto Scevola, e col rètore Diodato, che egli alloggiava. Allorchè splendette al sole la clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende dal Palatino, se ne veniva a cavallo, seguito da due famuli equarj incontrandosi nel cocchio di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova del padre di Augusto, che, fanciullo di tre anni, ella si teneva d’accanto. Esciva in quel momento anch’essa da quei pubblici bagni, cosa di cui gli storici fanno particolare menzione.

— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài riputazione a questi luoghi; bene sta che il tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro agli Dei.

— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa per la prima volta nella vasca dei fanciulli che non pagano il quadrante. Pareva un picciol nume fra gli altri che carezzosi lo attorniavano. Certo non è più venusto nè più roseo il figlio alato della dea da cui derivi. —