Ed ecco un problema storico.
Nei tempi della prisca repubblica, quando le più rigide virtù erano custodi della libertà, i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere, nè il suocero col genero. La repubblica non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza di essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe. Cesare aveva condotto le cose di maniera che così avvenisse; come aveva tentato instaurare i giochi greci, per intenti che non pareva avessero relazione alcuna con essi. Pompeo mesce la clamide alle sordide dei plebei; il fanciullo Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme ai fanciulli volgari. Cesare non sapeva i destini del fortunatissimo fanciullo, come non sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico in mezzo alla moltitudine, e che Alessandro Severo, nelle terme da lui erette, sarebbesi mescolato col basso popolo, e, siccome narra Lampridio, sarebbe tornato pedestre al palazzo imperiale in mezzo alla folla, colle vesti ancora indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà, è agevole a chi si tiene la supremazia di fatto, il dare spettacolo di eguaglianza apparente.
Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre d’Augusto, una frotta di giovanetti appena pretestati, usciva dai bagni schiamazzando. Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli. Il primo era già ben noto in Roma pei meriti paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando coll’assiduo esercizio e l’arte che gli comunicava il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei giochi del circo, il desiderato dalle proterve romane, l’amante della famosa Galeria Emboliaria, la meravigliosa attrice romana, la quale, non ancora trentenne, possedeva case in città, e ville a Tivoli e a Brindisi, e seicento talenti (più di due milioni di lire italiane) che depositati nelle casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei pochi giovinetti reduci dai campi sanguinosi di Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia, e combattendo strenuamente con essi, con essi era caduto, e come estinto era stato trovato sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una profonda cicatrice che, dal sopracciglio destro tagliato, saliva traversale fino al sommo delle tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva, se ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo scorrere la destra sui capelli dell’uno e dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca al ben chiomato Antonio.
La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva innanzi alle taberne, con nappi colmi di sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza sapere, senza nemmeno sospettare di quali e quanti eventi il fato e la fortuna stava per renderli inventori e agitatori e vittime e raccoglitori beati. E in quel punto il cavallo di Cesare attraeva l’attenzione di tutti, perfino quella di Cicerone, per un istante smemorato del passato, spensierato del futuro. Eppure, tutta Roma rumoreggiava in quel momento di Cesare, e della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e del misfatto sacrilego, e dell’insulto fatto al cielo ed alla terra, e della onnipotente maestà del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei e i posteri colla terribilità della sentenza e dell’esempio.
Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed elegante irrequietudine dalla mano esperta e dal consapevol piede del cavaliere, doveva per un momento trattener le parole sulle labbra di tutti gli astanti, e chiamare i loro sguardi sul pelo color margarita, che i pascoli dello Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante, e sulla criniera negra e il collo arcuato e le nari espanse e gli occhi sanguigni e gl’ineffabili garetti. Cesare voleva preparare Roma a negare importanza a quello che era avvenuto la notte prima, ostentando la propria calma nello spettacolo del frigio poledro.
E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando parte a parte le forme di esso:
— E perchè, disse, o Cesare, non concedi nessuno lo ascenda di te infuori?
— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja di palmi; tanto è caparbio nel non volere che altri gli comprima il dorso.
Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì la via. Il fanciullo Augusto, dalle guancie rosate e paffutelle e dagli occhi azzurri, colle manine a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio assai più che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!). E Cesare lo inseguiva con lento e meditante sguardo. Pareva che qualche Sibilla vaticinante lo commovesse in quel punto; chè quel lungo inseguimento degli occhi non potea derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio, raccogliendo indifferente quei baci, non guardava che al cavallo di Cesare con attenzione innamorata, e:
— Se tu mi concedi di ascendere questo poledro, mi parrà di essere un dio; e per la prima volta un dio ti adorerà. Codesto non avvenne mai, da che Giove tiene l’Olimpo in governo.