— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che è men trattabile dello stesso Bucefalo d’Alessandro. Però, se riesci a dominarlo, te lo dono.

E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo il cavallo pel freno, si accostò, seguito da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano ascoltarlo, e:

— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare a Interamna ad avvisar Clodio, il quale dimora là da più giorni, che una tremenda calunnia lo perseguita in Roma.

Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il consueto sonora; onde s’accrebbe il silenzio intorno a lui, e Cicerone lo guatò tra attonito e beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non sapendo che mai congetturare. E Cesare guardava, ascoltava, scrutava tutto, sempre, in apparenza, intento al frigio cavallo che Antonio aveva preso per le briglie, come se fosse già suo, e Sceva severissimo e già virile guardava disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo di poi saputo congiungere vizio nessuno a virtù stragrandi, lasciò indifferente la fama, e quantunque destinato, come già fu detto, ad essere l’eroe primo di Farsaglia, non sarebbe giunto fino a noi, se Lucano non lo avesse vendicato dell’ingratitudine di Cesare.

XV. CICERONE E MARC’ANTONIO.

Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal Senato per il giudizio del misfatto di Clodio, sedeva nella sua biblioteca che, al pari di tutte le biblioteche romane, era volta a levante, come punto più adatto per difendere i volumi dalle offese dell’atmosfera (usus enim matutinum postulat lumen). Intorno intorno alle pareti di quella stanza quadrata erano tante casse o armaria contenenti i volumi o rotoli; ciascun armario portava il suo numero d’ordine, ed era riposto nei foruli o nidi. Di questo tempo la biblioteca di Cicerone, sebbene non ancora aumentata da quella ereditata da Attico, era la prima di Roma, superiore persino a quella di Cesare; ma questi non aveva ancor potuto colle gloriose rapine ajutare splendidamente la sapienza. Però sono a riputare quasi sincere le parole di Marco Tullio quando ebbe a dire ch’egli anteponeva la propria a tutti i tesori di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo solo; poi il librario, il quale era uno schiavo custode della biblioteca, gli annunciò che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo Pollione. Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente Antonio, che della mano destra cingeva il collo al fanciullo.

Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno per settimana, quasi sempre in die Jovis, recarsi da Cicerone, per apprendervi l’arte oratoria, non l’eloquenza propriamente detta, ma la parte materiale di essa; le pôse, vale a dire, il gesto, il modo di inflettere la voce. Il giovinetto aveva una prodigiosa attitudine a questo; e Cicerone si dilettava nell’ammaestrarlo. Ma Pollione era scolaro quotidiano di Tullio, sempre che questi non fosse assorbito dal Senato, dai Comizj, dal Pretorio. Il più grande degli oratori latini idolatrava quel fanciullo, d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già era la meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse quel che poi si avverò, che quel fanciullo di appena otto anni sarebbe stato oratore come Demostene, poeta più di Ennio, storico come Erodoto. Or, per tornare al giovinetto Antonio, non era Giove che presiedeva a quel giorno in cui venne a Cicerone, era Marte; ma non a caso il Padre della Patria lo aveva fatto chiamare due giorni prima.

Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece seder Pollione e gli diede un rotolo greco perchè tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio:

— La prima filippica di Demostene la sai tu?

— Sì, tutta.