— Sei parato a declamarla? Io ascolto.... Ma in prima disponi meglio le pieghe della toga. Un occhio di piega che venga a cader male in qualche parte del corpo può provocare il riso in tutto l’uditorio, tradir la causa del tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere. Tutta la potenza del mio amicissimo Ortensio consiste nel preparar bene la toga. La plebe e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende un detto sublime, ma ride e sibila e imperversa se una piega è fuor di posto.
Dopo queste parole pronunciate incidentemente dal grande oratore, Antonio s’accinse a declamare la prima filippica di Demostene; e Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse Fidia o Prassitele, venne acconciando alcune pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto che non toccava i diciassette anni. La pretesta aveva alcuni ornamenti di porpora, ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato bolla. E Antonio declamò. Lo sviluppo fisico in lui era completo; ampio già di spalle, rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome avviene della prima giovinezza; fittissimi aveva e ricciuti i capelli, romanamente ricciuti; l’occhio nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità; tuttavia, negli istanti della calma e dei tenui abbandoni, pareva di vedere in esso la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva voce sonora, metallica, estesa sì che agli acuti, quando s’investiva di Demostene (chè era colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica), nella calma notturna la sua voce avrebbe potuto percorrere un mezzo miliario; tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone, maestro sommo, gioiva a sentire la foga del giovinetto, quando sul labbro di lui quella lingua inimitabile diventava tempesta tutta irta di consonanti, nei punti che il greco autore aveva voluto soffiare la procella nella congregata Atene; e, negli istanti che s’era proposto di commuovere e cavar lagrime anche dalle più aride palpebre, aveva chiamato in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma è tutto soave. Intanto che Antonio recitava, e Cicerone ascoltava, in un canto della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva dal greco, sospendendo di tant’in tanto quel lavoro, e prestando anch’esso attenzione alle parole di Antonio. Ma questi non era stato chiamato da Cicerone presso di sè per la lezione di declamazione. Essa in quel giorno non era che un pretesto. Però come ebbe finito, e Cicerone l’ebbe lodato:
— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come ti si prestò in una lunga corsa il cavallo di Cesare?
— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga alla quadriga può eguagliar questo di Giulio. È onda marina quando invade la riva; è saetta che scatta, è luce, è lampo. Nè altri che Giulio ed io potrebbe governare questo divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io gli mostrai che ben ero degno del suo generoso dono.
— E chi hai trovato ad Interamna?
— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni.
— Parlasti seco?
— Sì.
— E ti disse?
— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato io della tremenda calunnia che lo aveva assalito in Roma.