E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente le strinse l’asiatica mano.

— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno sgomento, vestito di voluttà, sempre mi invade quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o Mirra, fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. Pensavo a te, o Galeria, sulle rive dell’oceano, ma pensavo anche che il tuo Cromi divino mi ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, e, mentre lo ammiro, mi dispiace. Sovrumano egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è fido?

L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:

— A che tu vorresti accennare? disse.

— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, per te non cieco, ti tenga nel suo inflessibile, soave governo.

Cesare era amabile e gentile colle artiste; coll’Emboliaria in modo singolare; chè ammirava in essa il talento drammatico straordinario, ma si rideva delle strane pretensioni di lei, epperò, nel suo accento sentivasi la nota dell’ironia che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi una regina assira. E Cesare venne all’atleta Cromi, e lo inaffiò di lodi; ma, parlando con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava a un cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, alla quale ei passò tosto; e fu l’ultima visitata, mentre avrebbe dovuto essere la prima.

Cesare le parlò sommesso:

— Ho incise nella memoria le ultime tue parole; sotto a questa lorica stanno le tue lettere di fuoco....

L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, e torse la biondissima testa, e all’onniveggente Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e di lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette Cesare, strinse la mano sudante dell’Imperiosa, e ritornò alla tenda.

XXIII. CESARE E ROMA.