Il genio dell’arte che in essa era strapotente, per virtù di quell’arcano istinto che, inconsapevole, opera prodigi, e può operare tra le più deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone inclemente, le facoltà dello spirito, quelle facoltà che sovente, anche nelle persone più volgari, pur si trovano nel più tranquillo e fortunato equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo Cromi, nel dì ch’essa, adocchiandolo, arse d’insano amore per lui, fosse caduto morto a battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe dovuto render grazie alla benefattrice fortuna. L’amore geloso di Giovanna la Pazza per Filippo il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato cadavere di lui fosse veduto da occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore di Emboliaria per Cromi.

Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. Veniangli d’appresso Pompeo e Crasso e Lucullo e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore delle gesta di Cesare nel suo Commentarium rerum urbanarum, che, già accennammo, era la Gazzetta di Roma antica, istruiva Roma quotidianamente di quel che operavasi in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista e artista, dipingeva, più che raccontasse, que’ fatti di guerra, di cui Cesare mandavagli i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali appariva l’intelletto maestro che voleva geometria rigida e non pompa di stile. Ma, colla pompa dello stile e colla adulazione, il progiornalista romano, preparò le ricchezze future e quei famosissimi giardini che ancora oggi si chiamano di Sallustio.

Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei e quasi colleghi e, in apparenza, amici, apparve tutto quanto militarmente vestito. Il paludamento imperatorio, che era la clamide coccinea, non impediva che fosse veduta l’argentea lorica, lavoro insigne di cesellatore greco; le figure di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio di olimpiache deità a basso rilievo, eminevano tratte dal metallo a tutto sbalzo. E Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò coperto il capo della galea vetusta. La calvizie, più che minacciosa in Roma, lo avea debellato in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo a quella per lui aborritissima deformità, si coprì la testa. Ancora giovine non voleva che le romane sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, e quella galea aveva un cimiero sul vertice, contesto d’oro e adorno di brevi piume rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, mezz’alzata e mezzo abbassata, volto indescrivibile, dove l’alunno di Marte, fortissimo e tinto e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche e dalle notti dormite sub luna, faceva la pace col pronipote di Venere celeste; ed ei lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.

E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio e cocchio, dove più sfolgoravan le patrizie, e stringendo la mano ai senatori, agli auguri, ai sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, e sparpagliando ovunque sorrisi ammaliatori, quali non vide mai Roma sul suo labbro espressivo, diceva brevi ma succosissime parole intorno alla cosa pubblica, e interrogava Sallustio e Cicerone su quanto era avvenuto in Roma durante la sua assenza.

— E perchè non vedo Catone qui?

— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò Sallustio; tu ben sai che l’austerità sua gli fa abborrire ogni tripudio festoso.

— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, a chi vende e compera le mogli come se fossero giumente, e a chi presta danaro al venti per cento.

— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e in Roma tu non avesti mai più ostinato e implacabile avversatore di lui.

— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, soggiunse Crasso, non isperare che, come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda l’onor del trionfo, e insieme il diritto di ambire al Consolato.

— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò a chi la vuole la purpurea borsa che lo contiene.