Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine dei debiti e la piaga dell’usura, e già avea pensato al modo agevole di porvi riparo, se nelle sue mani fosse venuta la somma delle cose, provvide ad attuare in Lusitania quel che aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e la presenza delle sue trenta coorti compresse ogni opposizione) che i creditori non commettessero, pel loro diritto sebbene legittimo, un atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando ogni anno per sè un terzo delle loro rendite, ne concedessero i due terzi ai creditori, fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo con ciò a conservare la proprietà, stornò l’azione degli usuraj di Roma, di quell’acies asiatica che si faceva sempre più invadente e pericolosa; e salvò il capitale dei debitori, il quale sarebbe stato divorato nel momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni.
La guerra di Spagna fu per Cesare quel che fu pel primo Bonaparte la guerra d’Italia. Notissimo il primo in Roma, ma, avanti la conquista della Lusitania, ignoto al rimanente del mondo. Senza luminosi fatti precedenti che fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso in sè stesso sino alla temerità, e fiducioso in lui il popolo romano sino alla cecità. La corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi. Ma di tratto, arrivati l’uno e l’altro sul campo delle grandi imprese, giganteggiano senza che sieno manifestate al volgo le preparazioni del genio; ma consapevoli essi soli di quel che prima avevano pensato e vagheggiato e sperato e operato in più guise e per più vie. Però, compiuta l’impresa, sì all’uno che all’altro applaudono il paese conquistato e la patria del conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio in petto ai vinti. Il successo, superiore all’aspettazione, condanna l’invidia a mascherarsi di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma, tutta Roma uscì di sè stessa per muovergli incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si assisero nella sua tenda; Pompeo venne solo, a tributargli onore con gran pompa di aurato cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero curvi innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò come se stesse all’ara.
La plebe intanto urlava innamorata ed ebriosa.
Numerose schiere di viniferi erano state distribuite nei varj quartieri della città, dal bevitor d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma bevesse alla salute di Roma.
E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che era l’espressione più completa della forma repubblicana, essendo stato creato quando appunto furono discacciati i re; e, in processione, apparvero il Flamine Diale, ed il Marziale e i dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte, e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici di donne, e vennero le Vestali, non già quali custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano dell’impero, significando così ai conquistatori e trionfatori che non dovevasi loro, la vittoria e la fortuna di Roma, ma ad una celeste potenza inspiratrice e guidatrice dei duci, per necessità ineluttabile. E a questi sacerdoti e sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero altri d’altre classi che non aveano incarico nessuno fra la terra e l’Olimpo; e sfolgoravano le matrone e le giovani donne patrizie nei loro cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle elastiche cigne; e i giovani cavalieri premean cavalli condotti dalle regioni diverse della repubblica, onde ai bruni corsieri delle stalle di Roma, dalle prolisse criniere, si mescolavan quelli della calda Arabia, dal vellutato-cangiante mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e del placido Scamandro, e i palafreni mirabili di Lucullo, ch’ei proclamava discesi da quelli che Giove avea concesso a Troe in premio di Ganimede.
E il prefetto della città, il quale copriva anche la carica d’ispettore dei circensi, avea mandato al campo di Cesare due elette schiere di atleti e gladiatori.
Capitanava i primi il famosissimo Cromi di Mitilene, lottatore e pugillatore fin allora creduto invincibile, onorato di statue nei circhi di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di Ercolano, siccome allora voleva l’ingiusto costume; chè insieme colle statue degli dei e degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e più spesso all’eroe non era concesso il simulacro ond’era stato insignito il lottatore, che poteva batter la polvere tra le fischiate della disprezzante plebe. Cromi era allora il primo dei primi in tutto lo stato romano, e di recente, nella stessa Roma, per la prima volta, da che nel circo massimo combattevano atleti, gli era stata decretata una statua di bronzo dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui era elettissimamente formoso, ma più arieggiante l’Apollo che l’Ercole; onde, nell’apparenza, non offriva caparra di prepotenza muscolare; bensì, la proporzione mirabile del suo costrutto era quella che gli comunicava il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una completa idea del come ei fosse, più che ammirato, idolatrato in Roma, si pensi ai tumulti e ai fremiti che provocavano i toreadori nei circhi di Spagna. Al tempo del celebre Montes, l’ammaliatore, e dell’andaluso Ciclanero, il bello, allorquando procumbeva il toro trapassato nel collo dalla lama lieve, tra le grida sfogate onde il circo risuonava, grida ed urli esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso delirio, ai piedi di quei trionfatori cadean collane e catene d’oro, onde le non più orgogliose dame si spogliavano, ammiranti un uomo che avea fatto stramazzare una bestia.
Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando ei sorgeva solo fra gli atterrati avversarj, e girava lo sguardo intorno, ascoltando con accettante sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, gli edili, i pretori, i senatori, gli gettavano anelli e stili aurei e gioje, e parean grano lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e cinti e zone, ove i rubini gareggiavano coi più preziosi piropi. Nella piccola ma eletta cliptoteca della sua casa, chè egli affettava l’opulento patrizio, e non si riputava inferiore a Pompeo, sorgeva, alto quasi un palmo, sul pavimento lo strato di quei monili, come se fossero avena da tramescolare a palate. Esso portava i capelli inanellati e prolissi e cadenti sul collo, contro il costume degli atleti che li teneano rasi, perchè non fossero mezzo di vittoria all’avversano. Ma egli teneva in gran pregio quella chioma, onde gli si incorniciava voluttuosamente il greco volto, e portava il berretto frigio, e pari ad Achille si riputava, e al non minore Diomede, onde ricantava con atletica voce i passi che loro si riferivano nel greco d’Omero.
Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria, nell’arte propria era celeberrima al par di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava nella commedia e nella tragedia. Valente nella prima, non superabile nella seconda. Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo. Nell’Agamennone, vestendo il personaggio di Clitennestra, atterriva gli spettatori. Avea recitato, ed era già celebre infin d’allora, per l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; doveva recitare per la dedicazione del teatro di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse più d’un secolo, ad onta dell’indole irrequieta e rabida, delle passioni ch’ella assumeva recitando colla più completa espressione del vero, e delle passioni che arsero lei stessa anche fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.
Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a liste d’oro, e pareva una regina assira meglio che una commediante e, assisa in trono anzichè in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo di schiavi. Essa non era lunge dal drappello capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più belli fra i bellissimi, e ripiegandolo poi sul suo, e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno, in sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e tanto più che, passando qualche ora prima davanti al pronao del circo, aveva veduta la statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.