XXII. RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.
Nel 693 ab urbe condita, Cesare era partito da Roma con venti coorti; nel 694, già reduce dalla Lusitania, stava attendato fuori della città in aspettazione del trionfo, salutato Imperator dalle idolatranti legioni, nel campo circuito dagli impedimenta bellica che avevano trasportato l’oro ispano a colmare il romano tesoro, lasciando a Cesare quanto bastava per cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro contumelie amare nell’umile sorriso e nelle profferte di servigi nuovi. Quindici milioni di lire italiche furon necessarie perchè si tirasse intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso, alla partenza di Cesare, non aveva pagato che poco più del terzo dei debiti di lui. Nè li aveva pagati per amore suo.
Un atto generoso, quando varca la misura comune, quasi sempre, non è generoso che nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato Pompeo, non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva sè incapace di soverchiare il Magno eroe, desiderava che altri sorgesse a metterlo finalmente in ombra. E un anno solo aveva bastato perchè Pompeo non potesse più dir, sogghignando, quando udiva le lodi di Giulio: « — Non basta una povera corona di quercia, nè due misere campagne col vecchio Termo, e i servizj sotto l’Isaurico, perchè costui dai ginnasj e dalle accademie e dall’ippodromo passi a soggiogar provincie e nazioni.»
Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come i brividi che annuncian tempesta; onde la prepostera invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto che Cesare partiva propretore per le Spagne, non era affatto fuori di ragione. Precedenze di gloria militare, qual condottiero d’eserciti in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne; ma in quel modo che Cesare avea la più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma l’avea in lui, quasi quel prediletto avesse riportato già dieci trionfi. Pompeo soltanto sogghignava, di quello sprezzo però che vien respinto dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo, disprezzava Pompeo, il gloriosissimo, il presunto dittatore perpetuo. Ma Cesare era convinto del proprio disprezzo; e diceva che se Lucullo e Crasso, e Termo decrepito, avessero combattuto contro di lui, sempre sarebbe stato vinto, e: — Sì, diceva, costui, codesto semidio, non è già figlio della virtù, ma solo della indulgente fortuna. — Ma la fortuna, se non indulgente, non fu avversa a Cesare, e permise che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti suoi e il valore incomparabile, si mostrassero all’aperto e si rivelassero nella loro più completa potenza. In lui tutto era maturo, come la sua età. Esso contava trentanove anni. L’attraente gioventù dava luogo alla poderosa virilità. E nelle Spagne, in un anno solo, potè far mostra di tutte le sue molteplici doti; potè rivelarsi gran capitano, grande amministratore, e più che conquistatore, scopritore di nuove terre. Era l’annuncio di quel che avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella Britannia. Fortunato, più che i posteri assalitori, nella guerra delle montagne, spinge le popolazioni ad abbandonar fuggendo quelle altezze, fino allora credute inaccessibili a piede straniero, a gettarsi al piano, a passar fiumi in uno coi limitrofi atterriti, e rifuggirsi all’oceano; e getta zattere a trasportar le proprie truppe, che in parte rimangono affogate dalla marea sorveniente, e vi ammira quel Marco Sceva, da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua lotta giuridica per la patria potestà, e trovato semivivo nella battaglia di Perugia fra l’inestricabile intreccio dei cadaveri, dove quel dì Catilina potè fare spavento ai veterani del console vincitore; lo ammira nel punto che, nelle acque dell’oceano, solo fra tutti, riguadagna, nuotando, la riva; e non sapeva che quel prodigioso giovane era destinato a morire a Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di strapotenti versi.
Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei di Cesare aveano invase e conquistate regioni già note.
Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute. Brigantio, regione tutta abitata da selvaggi, fu da lui rivelata per la prima volta ai geografi romani.
Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore di terre e d’uomini, doveva mostrarsi profondo amministratore; onde i medesimi ispani lo salutarono liberatore e benefattore.
Era colà, da gran tempo, feroce e continua la lotta tra creditori e debitori.
La fittissima falange di questi volea far proclamare l’abolizione totale dei debiti, e i creditori, armati, invadevan le terre state offerte in cauzione.
I creditori domandavano a gran voce alle autorità, che il carcere e il digiuno e altre pene corporali, perfino la fustigazione, si decretassero inesorabilmente ai debitori insolventi; e questi se ne ricattavano incendiando le case de’ creditori, mettendone a ruba e a sacco i poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore della forza armata, poca e impotente a frenar tanta ira, mantenuta negli uni dall’avidità insaziabile, negli altri dal terrore della miseria, più spaventosa della morte; epperò, ben più che una guerra civile, era una guerra selvaggia, resa più funesta dall’indole indomita e fierissima degli abitanti.