Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve quella del fratello Cajo, rifuggitosi nel bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro, che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al petto, allorchè i suoi nemici furono per raggiungerlo. Dopo questi due grandi sventurati, Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio Druso, altra anima santa, e mente indarno profetica, più profondo di Tiberio, più cauto di Cajo.

Ammirava Cesare quel suo sistema di universale conciliazione, e il disegno di allontanare da Roma la sempre, ed a ragione, torbida plebe, accontentandola colla possidenza e coi lavori dei campi, e, radunando gl’italioti, con quelle rogazioni, che animarono le speranze di tutta Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, rammentava, raccapricciando, che Druso era stato trafitto nel Foro da una pugnalata a tradimento, la quale impedì la salvezza di Roma, avvolgendola in tre guerre consecutive e terribili: la servile, la barbarica, la sociale, per la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila uomini. Ma colui, pensava Cesare, non comandava a legione nessuna, e non è che la forza armata capace di convertire, in fatti duraturi, i più ardui concepimenti dell’intelletto.

Così protraendo la storica recensione, a guisa di un’artista di gran genio, delirante per il nuovo e l’inaspettato, il quale, rianda colla memoria le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che nuovi spiragli rimangano all’arte e quali vie, ancora inesplorate, restino a percorrere, e nel tempo stesso quali errori debbansi fuggire, attraverso all’ombra di Livio Druso, l’associazione delle idee mise Cesare al cospetto di Mario, del suo parente Mario, del figliuolo del banchiere Arpinate, il quale era stato assunto ad inclite nozze con una figliuola dell’illustre famiglia Giulia; ed esultava nel pensiero che il plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle viltà dei patrizj, insensibili alle ingiurie di Giugurta, e all’epigramma fatale di quel barbaro, onde aveva detto, essere la padrona del mondo, repubblica da affittare, e compir la vittoria di Metello, il capitano dei patrizj; e ammirava il suo modo di guerra all’antica, metodico, disciplinato, austero, cauto all’uopo, e all’uopo fatto di sorprese veloci e d’impeti tremendi, onde arrestò l’alluvione barbarica e dissuase i popoli del Settentrione dal tentar nuove invasioni; esaminò poi attento il rovescio di quell’uomo straordinario, inarrivabile in guerra, nullo, e peggio che nullo, nel maneggio della cosa pubblica, e nel governo delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza costanza di principj. Cesare ne traeva la conseguenza che un capitano di eserciti, per quanto grandissimo, se non possiede anche la sapienza dell’uomo di Stato, è un uomo a mezzo, incapace di condurre a maturanza le rivoluzioni, dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo al dispregio delle moltitudini, e deplorava che Mario avesse tradita la plebe, e preparato così il trionfo degli ottimati.

Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava la plebe. Pur, se questa può sembrare una virtù d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e delle piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono ognora la plebe. Da Tarquinio il Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però Tarquinio fu scacciato dai patrizj, però gli uccisori di Gian Maria e di Gian Galeazzo, erano nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente, che venissero decapitati. Cesare covava già il futuro; lo aveva covato fin da fanciullo, colla meravigliosa precocità della sua mente, che gli metteva in petto il disdegno d’essere ancora eguale agli altri. Imparziale e giustissimo estimatore d’uomini e cose nel soliloquio della coscienza, negli atti esterni dimenticava i segreti giudizj, e faceva quello che riputava poter giovare ai supremi suoi intenti. Quando di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i trofei di Mario, non fu già perchè avesse voluto onorare quell’eroe a due faccie, ma perchè gli sembrò che quella prova di coraggio potesse, a tutto suo favore, percuotere di meraviglia il popolo romano.

E come giudicava Mario, giudicava Silla, ma a rovescio. Amava l’eroe d’Arpino, pur dispregiandolo, e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva la sapiente astuzia di colui, nello stare sempre lontano da Roma, intanto che Mario, sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con gioja la morte del rivale, nel tenersi per più anni ancor lungi dalla patria, per dar tempo ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti di Mario. Comprendeva tutta la gravità del concetto sillano. Siccome Temistocle aveva detto trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla aveva veduto la Roma vera, la Roma viva, trovarsi tutta nel campo, marciante e vagante e vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto ch’egli, in questo, doveva riprodurre, con imitazione rigorosa, la sagacia sillana; chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le vittorie d’Oriente contro Mitridate, furono la vittoria in Roma, e il dominio assoluto sull’Italia. Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo ricopiò letteralmente. Se si fosse trattato di un’opera dell’arte, tutti lo avrebbero redarguito di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione, il plagio, quand’è usufruttato opportunamente, è un atto di sapienza. E, sempre ammirando l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne provasse ribrezzo, come la tranquillità spietata onde aveva imposto la sanguinaria proscrizione e lo sterminio di intere popolazioni, di intere città, di tutto che gli parve contaminare la repubblica, assomigliasse alla tranquillità del chirurgo, il quale amputa le membra credute funeste all’intero corpo. Cesare pensava che, in questo, non lo avrebbe mai imitato; ma pure non sentiva orrore di quelle stragi operate con metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano non poteva aver le nostre viscere, e se Cesare fosse pietoso lo si vide quando, giovinetto, fece impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo si vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla ferocia, congiunse la viltà, la viltà nata d’invidia, esercitata contro il generoso e prode Vercingetorige, l’emulo suo formidabile, il quale, datosi spontaneamente a lui, fu tratto a Roma, incatenato al carro trionfale, tenuto in carcere decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare.

La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine della storia convenzionale, assomiglia alla così erroneamente decantata generosità del leone che, pur allora che è satollo, si tien la preda in serbo per divorarla poi. Eccettuata adunque la proscrizione, Cesare s’accorse che di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto in pugno il massimo potere, da quel Silla che aveva tanto aborrito e che aborriva ancora, doveva ripetere le prime linee del proprio disegno, e rifare, quando fosse venuto il tempo, molti dei provvedimenti che segnalarono la dittatura di colui. Silla spartì le terre dello Stato a centoventi mila veterani, diede la libertà a migliaia di schiavi. In questo Cesare pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna fosse stata per dargli la preponderanza sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè conservare al Senato la sovranità del governo, non mai avrebbe voluto discendere dal sommo fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a morire da privato.

— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo della vita era impazzito; forse l’assidua pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli fecero aborrire e disprezzare quell’ente che è più desiderabile dall’uomo il quale sa e sente di essere superiore a tutti gli altri, il potere; in questo non avrebbe mai voluto imitarlo.

A questo punto, al lume di una lucerna polimixa che contava dodici lucignoli, tornò a leggere Varrone, e a misurare i segni geografici onde quell’archeologo aveva incise alquante tabelle a schiarimento di Polibio, di Eratostene e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò tutte le terre che allora erano sottomesse a Roma. Verso l’ora del conticinio si adagiò sul cubicolo da campo, e dormì fino a sole alto. Dopo il meriggio gli fu recato il decreto del Senato che gli vietava di potere simultaneamente aver l’onore del trionfo e optare al Consolato. Non stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni; le licenziò. Un lungo ululato in cui l’entusiasmo suonava insieme col dolore, accompagnò le sue parole.

A notte entrò in Roma segretissimamente.

XXIV. IL TRIPICINIO.