Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col suo ingresso in Roma per optare al Consolato, si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure si vuol protrarla ancora, perchè alcuni fatti che si compirono dopo, tengono la loro prima radice in essa, e molti dei motivi già prodotti rimarrebbero in tronco, senza seconda parte, con pericolo d’imitare la melodrammatica gallo-germanica, e d’insultare al genio italico, sebbene questa non sia palestra musicale.

Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte, entrò in Roma, e segretissimo entrò nel tempio là nella Suburra; gli ostiarj, i servi, gli schiavi lo attendevano. Egli diede monete a tutti, e tutti gli s’inchinarono, sorridendogli con riverente e grato viso. Egli era idolatrato da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi che, nel silenzio ond’era circondato, gli vennero abbondanti, li strinse in un vasto disegno. Era un piano di battaglia. Ei pensava ch’era venuto il tempo di tentare imprese romanamente grandi, di sospingersi nel fitto dell’azione, di emulare Alessandro, del quale, con lagrime d’invidiosa ed impaziente ambizione, aveva ammirata la statua nelle Spagne.

Non dubitava di venire eletto console. Aveva per sè il popolo, e conosceva il Senato che, se non lo amava, lo temeva.

Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima. Preparò tutti i congegni per assicurar l’elezione, si mostrò al popolo, il quale circondandolo e seguendolo gli applaudiva e acclamava il suo nome, ed egli lungo la via, in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora che era convenuto, e i senatori al suo apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono, perchè gli amici di lui non pochi, alzandosi primi e applaudendo a furore, costrinsero gli altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi. Cesare disse brevi parole, pregando il Senato ad assegnargli un giorno per dar conto della propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli fu subito statuito. Uscì allora dal Senato, e se ne venne alla casa di Pompeo. Quando ne varcò il limitare, già cominciava a tradursi in atto il suo vasto, profondo, astuto disegno.

Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui inutile, biblioteca, e Cesare passò in essa. Pompeo lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi. Stettero muti alquanto; nè Pompeo era tale da rompere primo il silenzio. Amava o non parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente negli ambiti del discorso. Parlò dunque Cesare primo:

— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una visita onoraria. Sì venni per cose gravi. Grande sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò ti vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi, e avendo pagato i debiti di Clodio, questi, e per l’ira spontanea, antica che sente per te, e per mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai non ti perdonerà l’avergli strappata di pugno l’impresa de’ Pirati, e la conseguente vittoria e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare tutti i tuoi possedimenti. Queste cose io le seppi al campo, e tu le sai. Non basta dunque essere grandi; conviene essere potenti.

— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni?

— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza non può averla uno solo, la si ottiene condensando le forze di più. I fasci dei littori non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe, onde son contesti, le infrange un fanciullo. Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo è Crasso. Pensa, Pompeo, che noi tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio, le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte, producono l’invincibile forza. Tu hai la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena un re dell’Asia può in questo competer seco. Io tengo qualche virtù a me particolare, che nè tu hai, nè egli, e nessuno ha.

Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so.

— Stringiamoci dunque insieme, continuava Cesare, e l’universo è nostro.