Il popolo applaudì.
E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo ne discese, e, con eloquenza incalzante, strinse fortemente il popolo ad accettar la legge; la quale subito passò senz’altra opposizione.
Il giorno successivo il console Bibulo si recò in Senato, portando nella fronte e nel volto i segni del fortunoso evento.
Lamentossi forte della violenza inaudita fatta alla sua persona, disse che la dignità del Senato aveva obbligo di vendicarlo; declamò, senza volerlo, tragicamente, chè il tema lo agitava tutto; protestò, gridò, e la sua voce alle ultime cadenze del discorso inflettevasi quasi nel pianto.
Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso discorso, chè il Senato era atterrito, e, dei senatori, più della metà, se avessero mostrate al popolo le schiene patrizie denudate, avrebber provocato un ilare compianto collo spettacolo delle molteplici chiazze nerastre; però, le superstiti doglie, costringendoli a consumare per sè, tutta quanta la pietà onde i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno un misero residuo per il console sventurato.
E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria casa, fermo il proposito di starvi chiuso tutto il tempo che doveva durare il Consolato, soltanto facendosi vivo col popolo, per mezzo degli editti.
E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate di Roma e, insieme con quelli, veementissime declamazioni contro Cesare, e contro il triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente collega. L’ira compressa lo faceva eloquentissimo, talchè il popolo, che leggevale avidamente, terminò per sviare ogni simpatia dal suo tanto idolatrato Giulio. Questi se ne accorse, chè, uscendo in pubblico, veniva accolto con bisbigli, che potevano assai bene tradursi in minaccie e peggio. Ma Cesare, come avea conosciuto il Senato che atterrì, come alle prime ripulse di Calpurnio, che avrebbero fatto vacillare altri, egli si sentì più imperterrito ad atterrare ostacoli, così giudicò passeggero quel dissapore del popolo, e sempre uscì in pubblico, e spesso anche senza i littori.
E di quel tempo uscì una satira tremendamente scherzosa contro il triumvirato. Quella satira corse per tutta Roma, ed era letta ad alta voce nelle taverne e nei bagni pubblici. Aveva per titolo Tripicina, o la bestia di tre teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse amico di Cesare e ne governasse la biblioteca.
E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare.