«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione. Essa mostrerà che tu sei erede della sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà le ombre dei Gracchi e di Druso, essa ti farà amare e glorificare sempre più dalla gratitudine di tutta Italia; chè questa legge benefica deve destar rumore dalla Campania fino alle terre della Cisalpina.»
Il popolo ondeggiava.
Il console Calpurnio attraversava il Foro per salire anch’esso i rostri. Cesare allora discese, e questo doveva essere, come fu, un tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata da Votinio, una masnada di gente, armata di bastoni e di ronche, invase il Foro, circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito all’impensata, fu percosso da una tempesta di bastonate inclementi; nè ciò bastò, chè alcuni di quella canaglia avendo portato seco dei vasi immondi, ne versaron le fetide onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero acque ploccie.
E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante in cui vennero a quella carica, chè, non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori seguaci ebber sorte migliore.
In tal modo, Cesare provvedeva a far passare le leggi.
A quella scena non aspettata, alla fuga del bastonato Calpurnio, dei littori sfasciati, dei senatori celantisi nei pallii, fin sopra il capo, quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto un acquagine dal negro cielo, nel popolo astante successe una muggente agitazione, e pareva quella dell’onda marina, quando è prossima la tempesta. A tutti, perfino ai molto innamorati di Cesare, parve iniquo quell’atto suo, e forse ei ne avrebbe avuto insulti e danno, se l’ilarità non si fosse sovrapposta al severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano s’era assai dilettato a quella scena; epperò la pietà fu strozzata dagli schianti delle risa generali, che, a conforto del console, dei littori e dei senatori percossi, aveano echeggiato per tutto il Foro.
L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa calva del console, convertì di tratto la tragedia nella più buffa delle commedie. A questo aveva provveduto Cesare stesso, pensando che col provocare nel popolo un riso irresistibile, sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui pericoloso.
Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata tuttavia di smascellate risa. Cesare, al piede dei rostri, stava immobile, grave, e girava sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila. Pompeo e Crasso stavano presso a lui. Disse Cesare al primo:
— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo in favore della legge. La voce tua gli giungerà grata.
Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza, a lui insolita. Ebbe qualche frase efficacissima, e questa tra l’altre: — Se ci fosse taluno, cotanto ardito da opporsi a questa legge colla spada, io la difenderò col mio scudo.