— Se ami te stesso, devi dunque amare anche tutte le parti del tuo corpo glorioso. Se pertanto una di queste parti fosse afflitta da un grave malore, saresti tu così improvvido da non porvi rimedio? Ora, questa parte del tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è quella classe caduta in sì deplorevole miseria, che non solo non può accostarsi ai circensi, ma che sovente chiede pane indarno. O popolo romano, rifiuteresti tu di medicare codesta parte cotanto ammalata del corpo tuo?

Un lungo ululato contesto di no, no, no.... si alzò da tutte le parti del Foro.

In questo punto, entrò il console Calpurnio Bibulo, coi littori consueti, seguito da gran numero di senatori, e da tre tribuni.

— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo la legge di dividere le terre della Campania a ventimila di questi miserissimi cittadini. Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso, perchè devi aver pietà d’una parte tua, propongo che questa legge passi per acclamazione.

Il popolo rumoreggiava.

Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire abbastanza.

— Popolo romano! non passar questa legge; ella è di danno a Roma. Le terre della Campania sono esse non poca parte delle ricchezze della Repubblica. Bene compiango io i cittadini miserabili, ma la miseria è una tremenda necessità della vita. Nè le terre della Campania varranno a distruggerla; bensì, divise ai poveri, impoveriranno la Repubblica.

«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa legge. Ella non gioverà che a chi l’ha proposta. Ben ponderate, o Romani, queste mie parole, giudicate, sentenziate; chè, se sarete per votarla, codesto sarà un segno manifesto che gli Dei vi hanno tolto il senno.»

Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva dal rostro.

— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti ho proposto questa legge, è perchè è utile, ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi che hanno sempre divelte le leggi agrarie, perchè più della Repubblica, sono innamorati di sè stessi.