E continuò a legger tabelle.
Cesare non si scompose, e:
— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata. Ne faccio qui solenne giuramento agli Dei immortali.
E si partì.
E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero tutti i quartieri di Roma, e gridassero tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione del meriggio, poichè Cesare doveva parlare.
E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo, e, come quella del Tevere, si udiva il muggito della sua gran voce.
Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso, seguito dai dodici littori, da molti senatori, quelli che erano della sua parte, da moltissimi clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo acclamò. La figura di Cesare, palliata come una statua uscita da un artefice greco, emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse tosto le acclamazioni nel più profondo silenzio. Era quello davvero uno spettacolo romano. Le statue degli Dei sormontanti i templi e le basiliche, parevano assistere a quella solenne adunanza del popolo.
Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica ed espansa, percorse di tratto l’onda sonora dell’aere foraneo.
— Popolo romano! incominciò, ami tu te stesso?
Il silenzio continuò.