Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio d’augure, si comportava di tal modo come se veramente mettesse fede in quel rito bugiardo, chè un augure il quale non fosse impazzito, ben sapeva che i cieli lucevano, ma non parlavano, che gli augelli volavano, ma pur pispillando, non davan responsi, e che il mover l’ali piuttosto a sinistra che a dritta, piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra, non poteva indurre timore o speranza che in un intelletto scemo.

Pompeo era augure insieme con Calpurnio. Il primo recavasi ad esplorare i cieli sull’alto del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei desse importanza a quell’ufficio, però nessuno, per questo, occupavasi di Pompeo. Calpurnio saliva alla sommità del monte Capitolino.

Ma la gioventù romana, che in quel tempo di pace, eccettuati gli esercizj nel campo di Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita gioconda, e non concedeva importanza a nulla, e rideva di tutto, quando sapeva che Calpurnio doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche essa, e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse, dietro ai sacerdoti, che facevan cerchio intorno all’augure, tentava il possibile per vedere di rompere la gravità di Bibulo. Ma non c’era mai riuscita; l’indole di lui era tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva di fare, con scrupolosa fermezza lo adempiva. E a taluno che metteva in celia il suo contegno devoto e compunto: Allora si aboliscano gli auguri, rispondeva gravemente; ma finchè le leggi e i riti non li interdicono, sempre guarderò i cieli con solennità di religione. Ed era sì pertinace Calpurnio che, allorchè fu ispettore alla moneta di Roma, essendone quartumviro Cicerone, portò un tale rigore nell’adempimento del còmpito suo, assediava di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso, che amava sollecitare le operazioni in servizio all’erario, che Cicerone, stanco infine di quell’assidua noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar Bibulo da quell’ufficio.

Come poteva un tale uomo essere nel Consolato compagno a Cesare? Ma il Senato aveva creduto fare atto di grande sapienza politica a conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando che per la tenacità de’ suoi propositi, e pel coraggio onde aveva dato prova in guerra, ed anche per essere augure, sarebbe stato un tremendo contrappeso alla, più che potenza, prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato conosceva Bibulo, pareva non conoscesse Cesare abbastanza. Questi era indispettito che gli si fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio, aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso alla plebe, per di più, in odore di tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se non lo amava, lo stimava.

Ma Cesare non era uomo da starsene in forse, e giacchè il Senato gli aveva messo incontro quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto.

Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle stanze di Calpurnio, vi entrò da padrone.

— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato una legge utile e pietosa alla classe povera, e deve passare in ogni modo, dovesse ardere tutta Roma, s’altri l’avversasse.

— Di che legge tu parli, o Cesare?

— La miseria, quasi contagio, soggiungeva Cesare, contamina tutta Italia. A questa si ha a porre un rimedio; è male antico che con pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono di estirpare; ma l’avarizia e l’iniquità della fazione aristocratica, trovaron modo di assassinare quei tre sublimi benefattori dei cittadini soffrenti. Io, in parte, voglio continuar l’opera loro, e ho preparato una nuova legge agraria, per la quale le terre della Campania dovranno essere distribuite a ventimila cittadini poveri aventi tre o più figliuoli. Tu mi comprendi, o Calpurnio, questa legge deve passare, e tu l’appoggerai.

— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose Bibulo, alzando il suo testone pesante, dalla fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio profondo, troppo ti comprendo, o Cesare, ma la legge non passerà, perchè io non l’appoggierò.