— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio Cesare console.
— Domani mi presento candidato.
— Vivi certissimo del successo; se non fosse stata l’eloquenza ostinata ed iraconda di Catone, avresti avuto anche il trionfo. —
XXV. CESARE CONSOLE.
Cesare, all’indomani, si presentò candidato, ossia vestì la toga candida, e s’inscrisse per essere eletto console.
Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano a ciascun cittadino dai diribitores. Siccome i cittadini erano distribuiti nelle loro centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie della prima classe. La centuria che riusciva prima si denominava prærogativa. Questa centuria, chiamata dal magistrato, ossia dai consoli che stavano per uscir di carica, entrava nel Septo, ovvero ovile, situato nel campo di Marzio. Il suo voto era in singolar modo apprezzato. Nei primi tempi di Roma davansi i voti a voce, ma per la legge Gabinia si diedero poi segreti. La prærogativa era la prima a dare il voto, dopo di che veniva licenziata dal magistrato e, si chiamavan, poscia, le altre, dette jure vocatos. Torna inutile il dire che ogni sorta di pressione veniva esercitata sui votanti, dal Senato, dai clienti, dagli amici, dai candidati. Erano promesse di cariche lucrose, eran profferte di danaro, erano minaccie, e le minaccie si traducevano in vendette. Molti del Senato erano avversissimi a Cesare, e avrebbero adoperata qualunque arte, gettata qualunque insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano il popolo innamorato di Cesare, e si accorsero che i votanti, tentati in ogni modo, non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo, condusser le cose in modo che Cesare avesse per compagno, nel Consolato, un uomo che fosse d’intendimenti assolutamente opposti ai suoi, e la scelta cadde su Marco Calpurnio Bibulo.
Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente in carica, dovevansi attendere le calende di gennajo, le quali, quando furon venute, i nuovi consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri, da gran folla di popolo, salirono il Campidoglio, ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino a prendersi la toga prætexta, vale a dire che aveva il lembo intessuto di porpora. Il vestir la toga significava che cominciava da quel momento la loro carica, e da quel momento i littori coi fasci, ch’eran dodici per ciascun console, aspettarono che uscissero dal tempio per mettersi al loro seguito; comparvero i consoli, e il popolo applaudiva dal basso della lunga scalea.
Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti discesero, quella pareva una cascata variopinta.
I battimani, gli evviva esplosero, quando i consoli furono in mezzo al popolo, ma non si udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce di Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare, viva il semidio Giulio, che procede da Venere. Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta una palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici littori coi fasci donde uscivano le minacciose scuri che seguivano Bibulo, nè la toga prætexta, nè il Scipio eburneus, specie di bastone significante il comando, che portava nella destra, ebbero forza di piegar l’attenzione su di lui, e di sviarla da Cesare.
Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in Roma, e doveva esserlo, se fu votato console. Era stato questore in Macedonia, pretore in Roma, edile; e, poco tempo prima del Consolato, eletto augure, ufficio quasi joratico, e che consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli, per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi ad esser superiore a tutti i poteri, perchè il terrore dell’ignoto, non veduto che misteriosamente da essi, era in taluni casi superiore alla minaccia armata di chi volesse far passare una legge ch’essi avrebbero statuito di respingere. Questa venerazione tremebonda per gli auguri, di secolo in secolo venne scemando, tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva di sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i colleghi, quando esploravano i cieli con ciglio grave e teatralmente inspirati; e gli auguri ridevano anch’essi di celato, allorchè non eran credenti inferociti; chè i credenti più o men falsi, in quelle cose che la ragione rifiuta, son di tutti i tempi e di tutte le religioni.