Rideva perchè così pensava:
— Colla facilità stessa onde si strinsero la mano dopo tanto odio, questo ricomparirà. Non fu mai detto che il sangue, quando fu guasto, possa essere stato completamente purificato. Ciò sta bene; il loro disaccordo mi darà su di essi una supremazia invadente.
«Grande è Pompeo, come affermano quanti non sanno giudicar le menti umane. Ma, se tolgasi alcuna pratica di guerra, cui la fortuna ajutò a parere virtù stragrande, e quasi concessa a lui per privilegio particolare agli Dei immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo si governa con una briglia di canape. Meno abile uomo di guerra, e più ampio intelletto, è Crasso, ma in guerra non pensa che alle ingenti prede; però l’uno e l’altro son cavalli da aggiogare al mio cocchio.»
Così pensato e poi studiato e poi dormito, all’alba fu in piedi e per tutto il giorno non si diede riposo.
Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse con onore, e quasi potea dirsi con amore. Cicerone temeva Cesare, e faceva mille sospetti intorno ad esso; ma, come uomo di profondo e onesto intelletto, e innamorato degli studj, ne ammirava il grande ingegno. Non v’è scrittore che, per questa parte, lodi Cesare più di Cicerone.
Sanos quidem homines, scrive nel Bruto, Cæsar scribendo deterruit.
Parlando dei Commentarj, nudi sunt, sentenziò nel Bruto stesso, recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracto. — E altrove: quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis verbis aut ornatior, aut elegantior?
Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo con esso; ma lo considerava come chi, amante della beltà, vorrebbe amoreggiare una donna eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel tempo stesso, fiuta il tradimento nell’ammirare il giro attraente de’ suoi occhi, e le ineffabili sue blandizie.
Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò abilissimamente la rete, cui Cicerone abilissimamente rispose, schermendosi, e, più volte ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima, gli guizzò di mano, finchè Cesare, visto di non poterne far nulla, lasciò che libero ricadesse nel suo elemento. E il discorso piegò ad altro. I due grandi uomini toccaron più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò Cesare intorno ai costumi delle Spagne. Quando parlava Cesare, Cicerone stava attentissimo, come scolaro che ammiri le parole d’un maestro rispettato, tanto le descrizioni di Cesare erano poesia dipinta. A noi rincresce di non poter riferire qui quell’amabile e dotta conversazione; ma ci sollecita il tempo, come ne era sollecitato Cesare, il quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava al Consolato.
Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e questi: