— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare.
— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci. Il grand’uomo è ambizioso; in tutto vuol essere il primo a trovare e condurre un disegno. Ma è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj venti, mal saprebbe reggersi in piedi. Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete voi che faccia o possa il grande oratore?
— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso, facciano gli Dei immortali che ciò sia per il bene. Ma Cicerone è uomo ognora tentennante, e, per quanto più forze congiunte sieno possenti, se una sola vacilla, tutto può andare a rovina.
— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza, sebbene obliqua, lo metterà nel nostro pieno dominio, e, di quel prezioso elemento che a noi avrebbe dato gran forza, anche il Senato sarà destituito.
«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra cosa importantissima per me ed anche per voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi per conseguirlo. Io rinunciai al trionfo per presentarmi candidato. Il popolo è per me, e del Senato la più parte. Oggi non stetti in biblioteca, e, tra in cocchio e tra pedestre, misurai Roma più volte, per parlare a quanti mi era necessario; però col vostro appoggio non dubiterei di riuscire.»
— Impegno la mia fede, o Cesare, che il mio aiuto non ti mancherà, disse Pompeo.
— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso.
E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare.
A questi, tornato appena dalle Spagne, era bastato un dì solo per preparare e colorire un audace disegno, che doveva poi, per gradi, cangiare i destini di Roma; era bastato un dì solo per abboccarsi con tutti i proprj clienti, e farseli sempre più devoti; per trattare con un tal Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni da due a tre migliaja d’uomini della più lurida e sanguinaria plebe romana.
Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello scorso giorno, e, pensando alla facilità onde aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e rideva nell’animo.