— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando, quando si ha a diventar padroni della terza parte del mondo, che tu già palleggi, (egli sorrise) ben si può ancora stringere la mano a Megabocco.

Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso:

— I quattromila talenti, che troppo presto ti ho restituito, ora dovresti ritornarli nelle mie mani, in compenso di quella parte di mondo che ti concedo.

Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani, innamorati della patria, sotto colore che la repubblica si scardinava, preparavano le leve per farla uscire di perno.

E Cesare si partì, dicendo a Crasso:

— Alla media notte verrò a prenderti in cocchio.

— Io aspetterò.

Venne la media notte. Cesare recossi da Crasso. Partirono insieme per la Suburra. Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo simultaneamente mossero incontro l’uno dell’altro, e si strinsero la mano. Sedettero. Le cose che Cesare aveva dette la mattina all’uno e all’altro furono ripetute, e nelle stanze più interne, nel silenzio della notte, segretissimamente giurarono di stare ognora congiunti a porgersi vicendevole aiuto, di fare tutto quello che fosse atto a raggiungere i vasti intenti. La repubblica romana e il mondo già perigliavano, messi in bilico sugli omeri poderosi, ma infidi, di quei tre. Fu questo uno dei momenti storici più caratteristici e fatali dell’antica Roma.

Pronunciato il giuramento, al quale Cesare diede una solennità quasi rituale, egli soggiunse:

— Oggi tra me pensavo poter esser utile che Cicerone si accosti a noi; l’elemento cittadino è da lui per eccellenza rappresentato. In noi c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie doti necessarie per dominare la repubblica; ma l’elemento cittadino, se non ci manca adesso, ci verrà a mancare, non per altro che perchè dovremo lasciare Roma per altre imprese di guerra. Se lo credete, domani io tenterei Cicerone, per vedere di trarlo a noi.