— Pompeo ti saluta.
— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con meraviglia.
Megabocco era uno dei tanti soprannomi che aveva Pompeo, e che erano stati inventati da Cicerone.
I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano que’ soprannomi; però lo si chiamava Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole enigmatiche di cui Cicerone si valeva, parlando cogli amici, ogni qualvolta voleva dir male di Pompeo, senza che gli astanti potessero intendere quel che diceva, e riferirlo a Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano per tutta Roma, e con esse probabilmente anche la spiegazione degli enigmi.
— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che ragione grave sei tu venuto?
— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e ho invocato gli Dei quando ti espressi le parole augurali, affinchè la tua gloria presente si accrescesse e si perpetuasse.
— Senza gravi ragioni non si salutano tutti i giorni che le donne desiderate. Ma tu non sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco vuol dire che la terza parte del dominio di Roma e del mondo io ti metto nelle mani. Ti par essa cosa da dispregiare?
Crasso guardò Cesare con grande stupore, e:
— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei avere il sole ispano riscaldata e alterata la tua mente.
— La mise invece al suo perfetto calore. Ed ora le mie facoltà sono complete. Trattasi pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo, ed io, e di governare con mano di ferro e con inesorabile volontà questa repubblica che va scardinandosi da tutte le parti, e di dominare codesto Senato che contiene tutta la feccia patrizia, ben più funesta alla repubblica della feccia romulea di Cicerone. Però accogli la proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a Pompeo; con esso parlerai stanotte nella mia casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio. Nessuno v’è in Roma, come già dissi a Pompeo, che al pari di noi tre abbia le doti atte per governare e dominare e trarsi a sè tutto il popolo romano e l’italico; tu, il più ricco, taccio della gloria militare; Pompeo il più grande, almen tale è riputato dal Tevere al Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi faranno eguale.