Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare tornò alla Suburra. Fece attaccare i cavalli, e salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio, recantesi in braccio i quattromila talenti che Crasso aveva prestati a Cesare. Questi conosceva l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa di quei quattromila talenti gli avrebbe messa una tale giocondità nel sangue, da renderlo docile a qualunque volere e consiglio.

Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava nel cavedio coi mediatori di danaro e coi banchieri e feneratori d’ogni conio, tra i quali v’erano alcuni perversi veramente, degni di capestro. Essi tenevano stanza intorno al foro, e mercanteggiavano di danaro, ma quanti cadevano nel loro laccio, e che: se obruebant in aere circumforaneo, come allora correva il detto, il quale significava ch’eran carichi di debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili, eran fonte di un ingente reddito a Crasso, il quale dava il danaro ai feneratori di seconda e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre che oggi non potrebbero essere credute.

Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con grande cortesia, licenziò quella canaglia, e:

— Entriamo, disse: che ti conduce a me?

— Entriamo.

Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E Taltibio, onusto dei quattromila talenti, tenne dietro al padrone.

— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in Roma. Ma il primo pensiero fu di restituirti il danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei ringraziamenti.

— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma bene hai fatto....

E guardò e contò, e rendeva la somiglianza di un ghiottone eccezionale, quando, spensierato d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari sapori di un cibo desiderato tutte le papille gustatorie.

Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene ne dimostrasse più di cinquanta. Era grosso e panciuto; bensì, per un contrasto strano, aveva il volto scarno. E ciò che, a ben guardarlo, lo rendeva diverso dagli altri, era il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio di Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava una luce vivissima, la quale scompariva, sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che la smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a saettare altri raggi acuti, per spegnersi poi di nuovo.