Ora vogliam rifarci indietro un momento, a ritrovarli ove li abbiam lasciati.

CAPITOLO XIV.

Le sensazioni che provar può un uomo, il quale dannato a una perpetua prigionia, passa, la prima volta, dal giorno, dalla luce, dal rumore, nella tetra oscurità di un sotterraneo, dove, quasi fosse scagliato fuor del mondo e della vita, assai tempo prima di morire, sa che la propria esistenza vi si consumerà impreteribilmente; furono le sensazioni che assalirono e strinsero l'animo della Ginevra nel frattempo che la lettiga a ruote, avendo a rompere dinanzi a sè le onde impetuose di una folla stivatissima, procedeva lentamente e a fatica. Il sentirsi chiusa in così breve spazio con colui che ella teneva pel suo vecchio consorte, il sentirne il respiro frequente e affannato le dava una noja indicibile; persino il mantello di lui che, per le scosse del cocchio, veniva a toccare e a strofinare il raso delle sue vesti, promoveva in lei quello schifo di chi sente il tatto di cosa sudicia e fetente. Aveva nel sangue l'agitazione e lo spavento di chi si vede a lato il carnefice, e provava quel ribrezzo pauroso di chi è costretto a viaggiare con un cadavere; perciò s'andava sempre più rimpiattando nell'angolo della lettiga, come per allontanarsi, mentre amaramente rimproveravasi di non aver saputo star forte contro alla paterna volontà; ed ora che s'accorgeva che l'angoscia del trovarsi insieme al vecchio era mille volte più dura di quanto ella medesima aveva sospettato prima d'esser congiunta a lui, tormentavasi sempre più di non aver avuto il coraggio di rifiutare un così orribile supplizio.

In quanto al Palavicino, continuava nella direzione di que' pensieri che da due ore lo tormentavano, alterati in quel momento da nuove ansie, da' nuovi timori; ad ogni tratto che percorreva la lettiga temeva insorgesse d'improvviso una voce, un grido tra la moltitudine, e il suo nome ripetuto dalle voci furibonde del padre, del marito della Ginevra, passasse di bocca in bocca tra la folla maravigliata, e si accorresse da tutte le parti a circuirlo, a togliergli d'accanto la Ginevra. Lo scandalo, le vergogne, i pericoli, le sventure che ne sarebbero derivate lo facevan ardere e gelare; si rodeva tra sè che il cocchio procedesse così lentamente, e la stizza e la noja e lo struggimento gli era più incomportabile in quanto era costretto a starsene tranquillo in un angolo, silenzioso, immobile, avvolto nel proprio mantello, ed era impazientissimo di svelarsi alla Ginevra, di troncare quelle dolorose incertezze, di sollevare la fanciulla da quella condizione tormentosa, in cui naturalmente ella doveva trovarsi da molti dì.

Ma la folla a poco a poco cominciò a diradarsi, a dividersi, a non apparir più che in qualche gruppo sparpagliato, a lasciar finalmente sgombra la via del tutto. Allora i cavalli presero il trotto, e la lettiga fu tratta innanzi rapidamente. A un certo punto i palazzi, le case finivano, e cominciava un basso muro che cingeva le ortaglie. Il disco della luna lucentissima in un bel cielo sgombro e stellato non essendo più coperto dall'altezza degli edifizj, vibrò un raggio nell'interno della lettiga e rischiarò il volto accorato della Ginevra. Svolgevasi in quella il Palavicino dal suo mantello e, credendo fosse opportuno il momento, si volse, mosse il labbro mandando un debol suono di voce, e guardò la Ginevra, che guardò lui.

Fu in quel momento che, all'orecchio di Elia Corvino arrivò, velato e fioco, attraverso al frastuono, quel grido che lo aveva messo in apprensione.

Del resto, quel che avvenne nella mente e nell'animo della Ginevra al vedere dinanzi a sè, come se per arte di magia fosse avvenuto un repentino tramutamento, la faccia bella e giovanile del Palavicino, invece della turpe canizie del Baglione, che tumulto scompigliato di nuove sensazioni, e di nuovi affetti succedesse in lei, non può essere spiegato che da quel grido ch'ella non potè trattenere, e che fe' correre un gelo per l'ossa al Palavicino, il quale si tenne perduto, tanto timore lo prese che, accorrendo la moltitudine, fosse presto un terribile intrigo. Per un moto involontario, aveva bensì a quel grido gettato un lembo del mantello sulle soavi sembianze dell'atterrita fanciulla, a tentare di soffocarlo a mezzo, intanto che, per un altro moto d'istinto rattenendo persino il fiato, si era ristretto tutto in sè, quasi credesse sfuggir così alle ricerche della moltitudine. Il cuore gli voleva scoppiar sotto il giustacuore. Per buona ventura non accorse nessuno, i cavalli, sferzati dal cocchiere, che s'era spaventato la sua parte, raddoppiarono la corsa, la strada si fece sempre più deserta e silenziosa.

Ma il timore si accrebbe nel giovane Palavicino, quando s'accorse d'esser presso alla porta della città, dove era probabile che oltre la solita scorta di gabellieri ci sarebbe stato un rinforzo dei lancieri del re. Pensando allora che un altro grido non sarebbe di certo passato inavvertito, e che la rovina poteva esser pronta;—Zitto, per carità, disse sommesso alla Ginevra, con quel maggior fervore che può darsi ad una preghiera, e colla maggiore soavità che può avere l'affetto. Zitto, per carità, o noi siamo perduti; io e voi.

In quella, il bisbiglio di più voci, qualche sghignazzamento, una turpe canzonaccia cantata da una rauca voce, alcuni passi ferrati che facevan suonare il terreno, l'avvisarono che si passava sotto l'archetto della porta della città. Non era fibra che non gli tremasse, ma la carrozza fu tratta oltre veloce, e finalmente egli altro non vide che cielo ed alberi.

Allora, sciolta la Ginevra, amorevolmente la chiamò per nome.