Quanto più i desiderj e lo stato dell'animo la tenevan stretta al Palavicino, tanto più, come a vincere la difficoltà di una virtù che riusciva ardua troppo pel suo cuore, e a tentare uno sforzo disperato, procurava esagerare la volontà propria esprimendosi di quel modo risoluto e impetuoso, pure, mentre stava ad attendere una risposta dal Palavicino, temendo averlo offeso colle troppo dure parole:
—Tu sai perchè io ti domando questo, gli disse con una straordinaria dolcezza, tu vedi che io non posso stare con te, e che questi istanti medesimi che teco ho trascorsi, furono già troppi. Però, io ti scongiuro, Manfredo, a provvedere alla mia sicurezza ed alla mia fama.
—E per che cosa pensavi tu ch'io ti consigliassi a fuggire ben lontano con me? per provvedere alla tua sicurezza appunto; ma la tua fama non m'era già indifferente. I tuoi virtuosi costumi a chi sono più noti che a me, e a francare ogni tuo timore quella cara e virtuosa donna di mia madre sarebbe venuta a stare con noi, e affidata alle sue cure, alle sue soltanto, tu saresti stata come in un santuario; e tutto il mondo lo avrebbe saputo…. Pure, se tu persisti nel tuo proposito, io non sarò già quello che ti contraddica… a me basta che tu viva illibata e sicura, e considerando che, anche diviso da te, per quanto fosser lunghe le distanze e innumerati gli anni, non appartenendo a nessun altro, tu appartenesti a me solo, io saprei pure trovare qualche conforto alle sciagure mie… e penso che non vi è nulla ancora di perduto, o Ginevra, giacchè, se la natura farà il debito suo, non vivrà eterno il vecchio Baglione, e i nostri desiderj saranno esauditi nell'avvenire. Io ne ho fiducia. Intanto la tua pura virtù sarà da me, come cosa divina, altamente rispettata.
Queste parole misero un vivissimo raggio di speranza nei pensieri abbujati della Ginevra, la quale ajutata e sospinta da quel conforto, si slanciò allora nel futuro con un'alacrità e una confidenza straordinarie.
I cavalli intanto che, di corsa, s'erano allontanati forse quattro miglia dalla città, inoltrandosi adesso per un terreno paludoso, e sprofondandosi coi garretti nell'umida mota, cominciarono di necessità ad andare di passo. Cessato così lo scalpito dei cavalli, i due giovani si tacquero per non farsi udire dall'uomo che li guidava. Scoccarono in quel punto stesso, quasi due miglia lontano all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle, le otto ore, il cui rimbombo, per quel vasto silenzio della notte, percorrendo in decrescenza le regioni dell'aria, giungeva all'orecchio dei fuggitivi indefinito o solenne, talchè alle loro fantasie parea di sentirvi come una promessa che venisse dall'alto.
Usciti a stento da quel palude ingrato, entrarono in una via affondata tra due alte rive sparse di macchie d'ogni generazione; ma s'accorsero qui, che la noja durata alcuni momenti prima era stata ben leggiera in confronto della noia a cui correvano incontro. E un'afa insopportabile cominciò tra quelle macchie a tormentarli, come se l'atmosfera d'improvviso si fosse condensata gravitando sulle loro teste, e la stagione fosse retrocessa ai dì della canicola.
Sentendo allora tra i rami e le frondi dei querciuoli e delle marruche un vasto e impetuoso stormire, i due giovani, ad ispirare, per confortarsi, qualche soffio di brezza passeggiera, misero la testa fuori dello sportello, ma, nauseati dal grave odore che lor ventava in volto, ne la ritrassero tosto nascondendola tra i panni.
—Ci accostiamo alla campagna tra S. Donato e Malignano, dove s'è data la battaglia, disse allora il Palavicino alla Ginevra che, quasi atterrita, gli aveva chiesta la causa di quella nuova noia. Non c'è altra via che metta al mio castello d'Acquanera; ma il cammino non durera più d'un'ora, e presto ne sarem fuori, coraggio.
In quella lasciatisi addietro le macchie, si trovarono in uno slargo di campagna; anche qui il terreno era tutto un mollume, e i cavalli di necessità dovettero ancora rallentare la corsa. Ma grado grado che la carrozza procedeva innanzi per quella vasta pianura, sempre più cresceva quel non so che di pesante caldura, quel fetore, quella nausea insopportabile.
E un'altra cosa insolita, e che più forse metteva nei loro animi una sensazione che somigliava alla paura, era il silenzio universale, nel quale a un tratto venivano ravvolti ogni qualvolta sostasse l'unghia dei cavalli; un silenzio profondo, assoluto, tetro e ben diverso dai soliti silenzi notturni. Passando, tre dì prima, a notte chiusa per quel campo, s'udivano que' suoni indistinti, que' mugolii lontani, que' gemiti vaghi che fondendosi in una cosa sola, ci avvisano che la natura è tranquilla, ma non è morta. I zufoli dei rigogoli sui più alti rami degli orni, le dolci musiche dei rosignuoli dalle siepi, dai platani, i tremoli squilli delle palombelle fra i rami delle guercie, i cicalecci monotoni dei grilli dagli ippocastani, il picchiare minuto e incessante dei rostri ne' rami delle piante, le peste improvvise e rapide de' lepratti, dinotavano al viandante ch'egli non era già solo in quel vasto campo, e ch'era circondato da migliaia e migliaia d'esseri viventi.