Ma in quella notte, in quell'atmosfera fattizia, regnava un silenzio di tal sorta, che quasi, pareva d'essere fuori della terra, e la cagione non era difficile trovarsi. Chi avesse voluto rovistar per le siepi, tra l'erbe arsicce e peste della campagna, sui rami secchi, tra le frondi ingiallite, avrebbe trovato a miriadi i cadaveri piccioletti d'infinite generazioni d'uccelli; i superstiti a torme di migliaia, s'eran rifuggiti, a sette, a dieci, a più miglia di distanza. I nidi anch'essi dei grilli erano abbandonati, che i buffi d'un'aria pesante e pregna delle putridi esalazioni che venivano dal campo, successi d'improvviso all'umida frescura della notte, e all'aure soavi di mille fragranze, lì avevan fatti emigrar di conserva.

Trascorso però un bel tratto di cammino, d'improvviso, in mezzo a quella solitudine s'udì un rumoroso sbatter d' ali. Era una torma di gufi e d'upupe che, svolando rasenti la carrozza, ferivan l'aria con un rombazzo fischiante, mentre su in alto un nugolo più fitto d'un'altra generazione di volucri la fendevan in quella medesima linea tenuta dalla torma più bassa; e subito un gracchiare aspro, tumultuoso, avvisava ch'eran corvi calanti alla pianura, e parevan quasi volessero rispondere ai singulti intermittenti dell'altro stuolo che viaggiava più basso. E stringeva l'anima di una cupa e ferale tristezza il sapere quale istinto, spingeva quei voli, che tra le fradice carni dei cadaveri avevan pure a fermare le penne. E in quella un buffo di vento, pregno d'un odore fetentissimo, ammorbante e come di sangue, soffiò quasi ad annunziare, che quelle legioni della morte andavano a sicuro viaggio, a certa preda.

La carrozza s'accostava intanto sempre più verso Marignano, e i fuggitivi tutti ristretti in sè, nascosto il viso tra i lini e il drappo delle vesti, via rapidi dai loro pensieri, non pronunciavano una parola…. D'improvviso la carrozza s'arresta, dà indietro; il nitrito de' due cavalli, tremulo spaventato, acuto come il suono d'una chiarina, si diffonde per la silenziosa solitudine. I due giovani s'affacciano allo sportello e guardano. Impennandosi, rinculavano i cavalli, e ricadendo sulle zampe le puntavano nel terreno, ritte le orecchie, aperte le narici, sbuffanti. Alcuni cadaveri giacenti nelle loro armature, come in un cofano da inumarsi, ingombrando la via per dove occorreva passare, li avevan fatti adombrare al punto, che non c'era verso di cacciarli innanzi; pure il flagello del cocchiere potè più dell'ombria e, a un tratto, presero la rincorsa, trascinando la carrozza saltelloni sulle armature che, suonando, si spezzavano a brandelli. Trasportati così velocemente, i due giovani presto si trovarono colà dove la campagna prendeva la massima estensione, e qui una nuova scena tanto più orrenda, quanto più vasta apparve loro dinanzi.

Soltanto il cielo era sereno, e sgombro come nei dì prima dell'orrida battaglia; le stelle luccicavano nell'infinito firmamento, il raggio lunare era ancor mite e vestito ancora di quell'azzurro perlato che di solito sparge tanta malinconica soavità ovunque va a posarsi; tutto insomma era ancor bello e calmo negli spazi dell'aria. Calma, bellezza, splendore, che troppo contrastava a tutto quanto era sparso su quelle insanguinate arene del campo.

E qui il silenzio non era più così perfetto, così continuato come a tre, a quattro miglia di distanza. Di tanto in tanto s'udivano improvvisi rumori, forti e secchi scoppi, come d'aria che squarci violentemente un ostacolo per trovare un'uscita. Si sarebber dette canne di schioppetti e di colubrine che si rompessero per un'esplosione di polvere; ma era tutt'altra la causa di quei rumori… la qual subito fu chiara, quando i cavalli di nuovo aombrarono impennandosi e nitrendo spaventati.

Per un gran tratto di terreno all'intorno, si vedevan giacenti, distesi per terra, in molte e diverse positure, in lunghissime file, ammonticchiati alla rinfusa di tre, di sei, di più ancora, corpi di quadrupedi. Nè a tutta prima non si poteva dar loro che quest'appellazione, che, anche senza l'oscurità della notte, non si poteva conoscere che eran cavalli, se non forse per gli arredi, pei freni, per le selle, tanto il loro corpo era cresciuto, era ingrossato a dismisura al punto da farli scambiare per altrettanti elefanti o rinoceronti. Ed era la fermentazione maturatasi nel loro interno che li faceva gonfiare, e gonfiar grado grado, sinchè la cute, tesa, assottigliata, screpolata, sanguigna, stirandosi fluiva a fendersi in due, in più parti, dando quei violentissimi e rumorosi crepiti che ogni tanto si facevano udire, anche a molta distanza, pel vasto silenzio, e i corpi, aprendosi così, davan uscita alle viscere che più non vi potevan capire, riversandosi, per molto spazio in giro, in spargimento di sapie nerissima, a corrompere il terreno, a impregnar l'aria di esalazioni letali. Inorriditi e nauseati, uscivano finalmente di mezzo a quelle file, ma tosto i cavalli tornavano ad arrestarsi, al lampo tremulo che partiva da un largo cerchio d'armati e d'armi, e da una luce bianchiccia riflessa da un'acqua; lancie, picche, spadoni, borgognate lucenti gettate alla rinfusa sul terreno, rifrangevano i raggi lunari; soldati a centinaia giacevano intorno intorno a quell'ampia gora d'acqua, colle teste, alcune sull'orlo, altre riverse, altre pendule, altre immerse al tutto nell'onda fimosa, colle braccia distese col ventre a terra. Feriti, presi da dolori atrocissimi, prossimi a morire, s'eran sentiti un'arsura, un incendio nelle viscere, una sete rabbiosa, spasmodica. Lenti, rifiniti, zoppicanti, a strascico, barcolloni, erano per lungo tratto iti in cerca d'una fonte d'acqua viva; trovatala, vi s'eran gettati sull'orlo, avidissimi avevan immersi labbri nella gora, e pendenti su quella, non anco saziati, avevan mandato l'ultimo respiro… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I due giovani, per quanto procurassero affrettarsi su questa lugubre scena, dovettero per altro impiegare assai tempo ancora prima d'uscire di quella campagna. Durante il quale, i loro animi subirono quegli effetti e quelle scosse che mai non si cancellano dalla memoria.

Come i tremoli chiarori
Dell'azzurro interminato,
Cadean scarsi, cadean lugubri
Sul terreno insanguinato,
Ed al guardo il fean più truce
Rivestendolo di luce.

Ahi! così dei due fuggenti
Dentro all'alme perturbate,
Fiochi i gaudi si mescevano
Alle larve inesorate,
E più cupo il duolo usciva
Dalla gioia fuggitiva.

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