Le sale del Chigi si andavano intanto affollando sempre più, e di minuto in minuto cresceva quel ronzio generato dai sommessi cicalecci delle persone che si univano a crocchi. Quel ronzio cessò un istante, e il Palavicino vide messer Chigi muovere incontro ad un cardinale di assai dignitoso aspetto. Era colui monsignor Pietro Bembo, che Manfredo inchinò per il primo quando gli passò innanzi, e andò maestosamente ad assidersi nel bel mezzo della sala. Non v'era certamente in Roma chi avesse più prolissa barba di lui, nè facesse più prolissi periodi. Il cancelliere Morone fu visto allora uscire da un crocchio affollato, e attraversando con que' suoi passi brevi e prestissimi, porsi a sedere accanto al Bembo, che gli si volse assai cortese, e gli strinse anche la mano. Il Morone, la sera innanzi, gli aveva lodato a cielo una sua orazione latina la quale, per verità, eragli assai poco piaciuta. Ma avea potuto comprendere essere il degno prelato piuttosto vano ed amante del panegirico. Il Bembo era il consigliero più segreto di Leone, ed allora aveva un grande ascendente su quel pontefice. Al Morone poi premeva assaissimo il valido aiuto del santo padre, e che si pronunciasse apertamente contro la Francia. Se egli si fosse fatto lecito dire al cardinal Bembo, che la sua latina orazione pativa eccesso di parole e difetto di logica, è probabile che il Bembo avrebbe consigliato il santo padre a baciare in fronte re Francesco ed a fulminar l'interdetto sugli Sforza e la città di Milano, con qualche cosa di peggio per il cancellier Morone. Di qualunque ingiuria noi possiamo esser rei verso di un dotto in letteratura, egli ci sarà sempre cortese di un bel perdono; ma non tocchiamo i suoi periodi se siamo amanti del quieto vivere. Del resto se vi erano nel mondo d'allora due uomini affatto opposti l'uno all'altro, in qualunque rapporto della Vita si fossero osservati, erano il Bembo ed il Morone appunto; pure in quella sera pareva che la provvida natura li avesse espressamente fatti l'uno per l'altro. Ma il Bembo colla sua dignità cardinalizia, colla sua ministeriale potenza, colla sua celebrità oratoria, col suo dittatorio in classica letteratura, colla sua maestosa persona, era lievissimo trastullo sulla breve palma del Morone. Così tra loro due, in quell'occasione, s'agitarono molti e vari argomenti, dall'irto campo della politica, delle pandette, dell'amministrazione, dell'economia, ai facili ed ameni viali della poesia e dell'arti; e, per quanto il Bembo fosse certissimo d'avere eccitata nel Morone la più alta maraviglia del proprio universo sapere, il cancelliere che lo tasteggiò a lungo e per ogni lato, come uomo il quale stia sul comperare, crollò il capo alla fine, e disse tra sè:—Non avrei mai creduto di trovar così poco.

Alcuni momenti dopo il cardinal Bembo, era entrato nelle sale un altro personaggio, che pure impose qualche silenzio a quella romoreggiante assemblea. Era un giovine gentiluomo, di bello e grave aspetto, assai semplicemente vestito, il quale, dopo aver fatto i suoi complimenti al Bembo, e dette alcune gentili parole al Chigi, si recò presso al Palavicino che, tutto solo e sopra pensiero se ne stava nel vano di un fìnestrone, appoggiato il destro lato alla parete, e presolo per la mano, con atti di una cordialità soave:

—Come state, marchese? gli disse; è da assai giorni che non vi si vede qui.

—Oh! sclamò il Palavicino scuotendosi. Io vi ringrazio, maestro; e se voi dite di star bene, vorrei poterlo dire io pure.

—Io sto bene veramente, ma starei pur meglio, lo dico col cuore, se una volta vi potessi vedere in lena, e sapessi appagati tutti i vostri desideri.

—Vi ringrazio di nuovo; codeste vostre parole mi sono d'una grandissima consolazione.

—Pure ci vorrebbe altro che parole; ma ditemi che nuove avete del paese vostro.

—Pessime, maestro, pessime.

—Il vostro Morone non mi pare però tanto afflitto.

—Dunque ne sapete qualcosa già?