—Dacchè siete venuto qui voi, m'interesso alla sorte del vostro paese, e, torno a ripetervi, vorrei veder felice voi e i vostri; e tutto quello che potrò fare col papa, che si degna portarmi così grande amore, io lo farò di tutto cuore, ve lo prometto.
Dette queste parole, udì chiamarsi dal Bembo, e si staccò dal
Palavicino.
Era colui Raffaello Sanzio.
Dopo alcuni momenti cominciò a circolare una voce in quella vasta sala:—È qui messer Lodovico, Lodovico, l'Ariosto è qui;—e quando comparve nella sala un uomo in sui quarantanni, calvo, d'arguta fisonomia, spontaneamente eruppero da tutte le parti fragorosi scoppi d'applausi, che fecero chinar la testa all'umile e divino autore dell'Orlando.
Il Morone che stava ancora confabulando coi Bembo, notò che a quelli applausi, i muscoli del volto del cardinale guizzarono in modo da rivelare un certo dispetto, e sorrise di queto tra sè e sè quando il vide poi applaudire anch'esso, quantunque lentamente, colla sua mano onorata del cardinalizio lapislazzulo. Portò poi la fama, che monsignore in quella notte non facesse la sua digestione colla solita regolarità, ciò che pure è intervenuto al Trissino, ch'era presente a quel trionfo del divino poeta, e che, ancor fiacco pel faticoso parto della sua Sofonisba, ancora superbo dei suoi personaggi di marmo, e delle tre unità aristoteliche osservate con religioso scrupolo, attribuiva alla corruzione del gusto quegli applausi smoderati che concedevansi ad un poema fatto senza livello e senza seste.
Le sale del Chigi eransi così a poco a poco affollate del tutto e pareva non potessero bastar più a contenere persone. La gioventù maschile per altro, per certi indizi d'impazienza e di noia, pareva stesse in aspettazione di qualche cosa che assai le premesse; se non che, trascorso troppo tempo, stava già per deporre ogni speranza, quando improvvisamente s'ode uno scompigliato rimuover di sedie nelle prime stanze, che grado grado si veniva avanzando; tutti volgono la testa alla porta d'ingresso della maggior sala e veggono spontare, in mezzo a molte gentildonne di seguito, lei, che la sera innanzi era stata la stella fissa della instancabile loro attenzione, la duchessa Elena insomma. Un ah! generale e prolungato sorse allora da tutti i punti della sala, e da quel momento tutti parvero soddisfatti.
È cosa che mette di pessimo umore quanti si sfiatano ad introdurre qualche giustizia in questo basso mondo, il considerare che in una moltitudine di persone un bel volto di donna fa sempre più impressione che una dozzina di celebrità europee.
Il Palavicino, quando s'accorse ch'era la duchessa Elena, subì quelle sensazioni a cui furono soggetti tutti quanti componevano quell'adunanza, colle altre che dovevano essere particolari a lui. I gravi pensieri della sua patria e della sua casa, ch'avean dato la fuga a tutti gli altri, si ritrassero allora quanto bastava perchè questi ultimi potessero a poco a poco ricomparire. Pensava intanto al miglior modo con cui doveva comportarsi colla duchessa, quando, vedendo che il Bembo e il Morone e molti altri s'eran mossi espressamente per complirla, s'accorse che anche a lui conveniva fare il medesimo. Colse così il momento quando il Morone terminava di parlare e si presentò.
—Ecco il marchese Palavicino, disse allora il Morone, del quale abbiamo parlato ieri sera.
Manfredo si chinò, e prima di pronunciar parola depose un bacio, com'era costume, sulla bianca mano della duchessa.