—Ho assai piacere in vedervi, gli disse allora questa, con quel suo fare disimpacciato e pronto e cortese, e giacchè siam qui balestrati da una medesima procella, attenderemo così a confortarci l'un l'altro. Ieri sera, caro marchese, ho fatta la conoscenza di questo illustre vostro compatriotta, del quale ho sentito a magnificare tanto l'ingegno, e mi chiamo fortunatissima. Così desidero veniate da me sovente ambidue, e spero che ci faremo buonissima compagnia. Sedete qui, intanto; e voi, messere, se pure non v'annoia. Ho a dirvi assai cose, marchese; sedete.
Il Palavicino si assise allora accanto alla duchessa Elena, e sì l'uno che l'altro attesero lungo tempo a discorrere della condizione delle cose loro e del maresciallo Lautrec, fatto governatore di Milano, e di tutto quanto avrebbe potuto scaturire da un tale avvenimento.
—Credo che il papa non vorrà abbandonarmi, disse la duchessa; prima di venir qui le ho fatto parlare dal vescovo di Fano, il quale mi assicurò dell'assoluta protezione di Leone. E già m'accorgo che la cosa dev'essere sincerissima, perchè più di me assai gli deve importare la città di Rimini, la quale in certo modo è più sua che mia, non restando a me che il possesso a vita. Tuttavia codesto possesso non è poco, sapete, e se fossi uomo, e se avessi qualche maggior lume di scienza di guerra e di Stato, tanto mi affannerei da cacciar lungi le mille miglia codesto nemico di Dio e dell'Italia nostra. Voi mi avete fatta accorta, marchese, del quanto io fossi sul mal cammino, e la fortuna, quantunque con molto mio pericolo, mi fece risolvere in un subito. Così debbo esser grata ad ambidue, ma più a voi di certo. Voi siete un generoso italiano, lo disse jeri sera Raffaello, parlando di voi con alte parole di stima, e adesso sia lode al cielo ed alla mia sventura medesima, se ho compreso che l'Italia è tale che merita bene che i generosi pensino a lei qualche volta.
—Ho piacere, duchessa, a sentirvi parlar di tal guisa; così quand'io sia atto a qualche cosa, e quando il mio paese domandi dell'opera mia, spero che per amore dell'Italia e per amore di voi, che avete Stato in Italia, potrò pure esservi di alcun giovamento. Intanto, se vi abbisogna senno di Stato e provvidi consigli, volgetevi qui a codesto mio amico e protettore carissimo; egli saprà aiutarvi assai bene. E accennava il Morone, il quale entrò terzo allora in quel dialogo.
Passò in questo modo buona parte del tempo, e non pareva che in quella notte si avesse a dare, come soleva il costume, qualche trattenimento di musica o di poesia, quando i nostri tre interlocutori videro che s'erano stipate molte persone intorno a Lodovico Ariosto, e persistessero a pregarlo di cosa di cui egli si schermisse. Ciò di fatto era vero. Si desiderava generalmente ch'egli desse lettura o recitasse a memoria qualche canto del suo divino poema, e per questo lo stavan pregando e scongiurando. Vedendo però il Chigi che quelle preghiere non valevano a nulla, e forse era necessario qualche più forte intercessore, si staccò dall'Ariosto e lentamente se ne venne innanzi alla duchessa Elena.
—Saremmo a pregarvi di un favore, eccellenza, cominciò a dirle. Si desidera ardentemente da tutti sentire qualche canto dell'Ariosto, e lui sta forte sul negare. Per ciò tutta l'adunanza delega voi, perchè vi degniate rinnovare la preghiera al nobile poeta, e siamo certi non mancherà l'effetto.
—Io sono grata a voi, messere, e a tutti, di questo difficile incarico, gli rispose la duchessa, ma se poi, soggiunse sorridendo, me ne rimarrò coll'onta di un rifiuto, badate bene che mi avrete ad indennizzare.
—Ve ne do la mia parola.
—E allora io vado.
Ciò detto la duchessa s'alzò, e con quel suo incedere leggiadro, attraversata la sala, si fermò innanzi all'Ariosto.