La presenza del signore, il suono della sua voce, la quale aveva, almeno per lei, una particolare armonia, la natura di quelle passionate parole, dalle quali traspariva che l'amore, in quel potente uomo, era tuttavia superiore all'ambizione, fecero tale impressione nella giovine duchessa che, invece di rispondere, tutta si disciolse in lagrime.

Era gioia, era gratitudine, o qual cosa era mai che avea aperta la via a quelle abbondanti lagrime? Troppe eran le cagioni che facean forza all'animo piagato di lei.

Il signore prese quelle lagrime come la più accetta risposta alle sue parole, e per la prima volta fu ardito di abbracciare e baciare la giovine duchessa, e presale la mano ed alzando la fede:

—Voi dunque sarete la moglie mia, soggiunse: e da quest'ora con giuramento io mi vi prometto; così domani saprà tutta Roma la libera scelta della mia volontà.

Ciò detto si licenziò.

Quand'egli si fu partito ed ella si trovò ancor sola, i rimorsi risorsero, e con più insistenza che mai. Ella pianse, pregò, volle e disvolle; ma all'amore si confederò anche l'ambizione, e vagheggiò il pomposo titolo di signora di Rimini.

Alcuni giorni dopo si diffuse per tutta Roma la voce che il signore ****, prima di recarsi a Rimini, si sarebbe unito in matrimonio colla duchessa Elena, vedova del duca Orsini; ma dal momento che circolò quella voce, altre pure a poco a poco cominciarono a circolare.

L'assassinio del duca di Pitigliano, se era stato un mistero per il più de' cittadini di Roma, non lo era per tutti. Chi ne aveva mandato espresso avviso con lettera alla duchessa, doveva intanto saperne qualche cosa; i cinque che avevano vibrati i colpi ne sapevano più di tutti. La fante, ch'era stata messa a parte del segreto degli amori della duchessa, e che di poi era stata licenziata, se non sapeva nulla di certo, aveva però in mano un filo per far delle congetture. Da queste fonti pare adunque sieno uscite tutte le dicerie che, al pubblicarsi di quel matrimonio, innondarono tutta Roma. In sul primo le accuse non furono che a carico del signore ****, del quale, stando ad alcuni cronisti, non era la miglior fama in Roma, poi a poco a poco corse qualche sospetto anche sul conto della duchessa Elena. L'uomo che le avea spedita la lettera, avrà cominciato a meditar la causa per la quale la lettera stessa non ebbe poi effetto, e d'uno in altro pensiero, e d'una in altra indagine, avrà scoperto il resto. I discorsi promossi da costui, combinandosi con quelli fatti circolar dalla fante, ingrossarono così il corpo delle congetture, le quali si trasformarono tosto in fatti ed in accuse. V'erano tuttavia, a tutto scarico della giovine duchessa, le lagrime versate per la morte del marito e il suo lungo cordoglio. Ma il servo che aveva avuto ordine da lei d'aspettare il padrone, e di recarle avviso del suo arrivo, al quale era parso assai strano il modo di comportarsi della signora in quella notte, e fin d'allora s'era messo in sospetto, gettò anche lui la sua parola nella pubblica caldaja della maldicenza, parola che ne accrebbe di molto la bollitura. Ma intanto che la duchessa Elena e il signore di Rimini erano il soggetto principale dei discorsi quotidiani, essi si andavano accostando sempre più all'altare, dove aveva a santificarsi il loro matrimonio. S'apprestavan già gli apparecchi per la partenza; tutti i giorni di buon mattino sul Campo Marzio, il signore di Rimini, portante già sulle splendide vesti i segni della sua potestà, e facendo caracollare il suo sbuffante cavallo di Barberia, assisteva e comandava le evoluzioni delle sue truppe.

A Rimini era stato mandato un numeroso stuolo di pittori a decorare le sale del palazzo della Signoria, e un nuovo concerto di campane era stato donato al maggior tempio di quella città. Il matrimonio doveva tra breve esser fatto; alcuni poi dicevano che, nella cappella sotterranea di Santa Maria Maggiore, era già stato benedetto senz'intervento di popolo e in tutta segretezza.

Che quel giovane signore, salito tant'alto pel forte ajuto di chi poteva quel che voleva, destasse invidia e dispetti nei più facoltosi patrizj di Roma, specialmente ne' Colonna, ne' Savelli, negli Orsini, è cosa troppo facile a supporsi, ma il seguente dialogo fatto da due personaggi appartenenti a quest'ultima famiglia, intanto che affacciati ad una finestra del loro palazzo vedevan passar quel signore alla testa delle sue belle truppe, ce ne può dare un maggiore indizio.