—Voglio dire che corron voci d'accusa anche per lei, e se ciò fosse, quella giustizia medesima…
—No, io non credo a quelle accuse. Il suo dolore era sincero. No, ella può vivere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La sera medesima di questo giorno, il signore di Rimini, accompagnato da un numeroso seguito di cavalieri, attraversava a cavallo il Ponte Elio. La folla traeva sul suo cammino ammirando quelle straordinarie pompe, ed egli, mentre lo scalpito rincalzato del suo focoso destriero faceva rimbombare il ponte, pensava con compiacenza a quell'altezza che aveva saputo raggiungere, e volgendo in mente i suoi futuri destini, considerava che lungo e glorioso tratto di cammino gli rimaneva ancora a percorrere. In quel punto una palla di piombo, squarciando l'aria con un fischio istantaneo, gli fracassò il collo e la spalla, e lo rovesciò nel Tevere sottoposto.
Fu un grido generale, si corse a strapparlo all'onde del Tevere, Un chirurgo attestò che non era morto, e fu così trasportato al suo palazzo.
A quest'avvenimento tutta Roma ne fu sossopra. La famiglia Orsini corse sulle labbra di tutti, e tutti stavano in aspettazione d'una grand'ira del pontefice. La piazza di Spagna, dove era il palazzo del signore di Rimini, fu il dì dopo zeppa di popolo da mattina a sera. Era un correre e ricorcorrer continuo delle 74 lettighe dei cardinali. Innanzi alla porta di palazzo, la folla si stipò più fitta che mai intorno a quella del pontefice. Questo finalmente fu veduto uscire in mezzo ai suoi cardinali e a' suoi dodici camarlinghi. Il signore di Rimini era morto.
Fatte le solenni esequie, parve che il popolo si dimenticasse anche di quell'atroce avvenimento; soltanto dopo alcuni dì corse voce che la duchessa Elena era uscita di Roma con un seguito numerosissimo, e non sapevasi dove fosse diretta. Si diceva che più non erale bastato l'animo di fermarsi in Roma, quando seppe d'esser bersaglio della generale maldicenza, e s'accorse che tutte le più illustri case le chiudevano la porta in faccia. Ciò in gran parte era vero, ma quand'anche avesse potuto esser questa una causa forte per farla esular da Roma, pure n'era ella uscita per tutt'altro. Dopo qualche tempo infatti, con maraviglia e stupore universale, si seppe ch'ella aveva fermata la sua stanza a Rimini, fatta signora di quella città.
Chi disse allora che ella fosse stata sposata da quel potente signore prima d'esser ferito, chi disse aver egli ciò fatto nelle ultime sue ore, e che essendo già stato installato signore di Rimini, lasciasse, con solenne dichiarazione dell'estrema sua volontà, il possesso di quella città alla duchessa Elena, e scongiurasse gli astanti, al letto di morte, della più scrupolosa esecuzione di quel suo orale testamento. Chi disse altre e diverse cose.
Il fatto è certo intanto, ch'ella ebbe la signoria di Rimini; quale sia poi stata la via precisa per la quale vi è pervenuta, non è la cosa che più importa di sapere. Ora, tutto quello che avvenne di lei da quell'epoca in poi, il nostro lettore lo sa, e potrà adesso farsi capace della varia fama che, per tutta Italia, era corsa sul conto di questa donna straordinaria.
CAPITOLO XVIII
Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui, senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale, lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta…. la quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di Marforio.