Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino. Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme senza aver fatta una ferita.
Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo intervento in tutte le italiane cose.
Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a tenerlo così sulla diritta e sicura via.
Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.
Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj, letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un assai prolisso:—Poematium—De pulcra prole—di un latinante a quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi, tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo. Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo tutti e non ascoltando nessuno.
Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al Morone, e dirgli:—Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti, ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.
Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario—Fate dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti… si volse poi a quanti gli stavano intorno… fino a quando ei rimarrà qui, avremo a fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca mai dalla memoria. Non è Giampaolo… andava poi ripetendo… Non è Giampaolo… ed io lo dava già per ispacciato…
Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già morto altrimenti.
La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era succeduto a Perugia.
—Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.