—E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto altro?

—Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir qui…. E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho detto fra me…. codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine, converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da rosicchiare a questo vecchio sdentato…. ed accogliendo adesso ogni sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi sospetti…. fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà, torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.

—Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi rivolgo ad altro.

—Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato. Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave, sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo talvolta santifica il mezzo.

Il Morone, stato un pezzo in silenzio:

—Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da farti.

—Io sto ascoltandovi, illustrissimo.

—Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei, nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento. Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra adunque non ne dir nulla.

—Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.

Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota. Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini. Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente discorso: