—Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che, se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre. Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo però che ella sia tale.

—Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam tempo da perdere.

Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto, ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si conturbò punto, nè perdette le sue speranze.

In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto, ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio, ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai, perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare, che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna, questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte le umane cose… Ma di ciò a suo luogo e tempo.

Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora, perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo…. e fu soltanto dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.

Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova, d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile… e fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.

Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.

CAPITOLO XIX

In un giorno del dicembre di quell'anno, nell'ora che, sparecchiate le mense, i numerosi commensali della duchessa Elena recavansi nella sala dove servivasi l'Alicante e il Lagrima Christi, il marchese Palavicino che, com'era indispensabile, trovavasi tra quelli, fu chiamato in disparte da un servo, il quale gli disse attenderlo un uomo in una delle anticamere, e avere una lettera da consegnargli. Il Palavicino tosto si mosse, e veduto l'uomo e ricevuta la lettera, lo richiese da chi era mandato.

—Io vengo da Milano, illustrissimo, e son qui di passaggio per Napoli. Questa lettera mi fu data a consegnarvi da un uomo di camera della contessa vostra madre.