Il Palavicino subito aprì allora la lettera e la scorse di volo. L'uomo che lo stava guardando, si accorse che gli si cangiò il colore del volto.

—Quando il servo ti consegnò questa lettera, gli chiese poi Manfredo con voce manifestamente alterata e tremante, non ti ha detto nulla di più particolare intorno alla contessa?

—Nulla mi fu detto, illustrissimo signor marchese. Il mio mestiere è quello del procaccia e di trasportare le mercanzie di Lombardia a Napoli. Io sono assai noto in Milano, e venne da me un uomo che mi si diede a conoscere per servo della contessa, raccomandandomi consegnassi a voi il più segretamente che fosse possibile una tal lettera, e mi guardassi dal palesare ad altri ch'io era mandato a voi. Ecco tutto; del resto non so nulla.

—Quando sarete per ritornare a Milano, buon uomo?

—Non so se mai ci tornerò, caro signore, il commercio lombardo è così rifinito a Milano, e ridotto a così deplorabile condizione, ch'ella è già questa la terza volta che ci rimetto del mio viaggiando. D'or innanzi le mie gite saranno tra Venezia e Napoli; Milano è un cadavere ormai, e non è più a cavarne un costrutto.

Il Palavicino non rispose, diede a quell'uomo un fiorino e lo licenziò. Come si trovò solo, tutto conturbato, rilesse la lettera.

"Illustrissimo signor marchese, diceva quel foglio, la contessa madre vostra è da due mesi in così pessimo stato di salute, che si teme forte non ci abbia a mancare da un giorno all'altro. I continui patimenti l'hanno condotta a così mal punto, ed ora è abbandonata da tutti. Chi scrive sente il rimorso d'affliggervi in sì cruda maniera, ma lo fa per esortarvi a venir di volo a Milano, a vederla un momento. Ella non fa che nominar voi a tutte le ore, e la disperazione di non avervi a rivedere mai più, è quella che più che altro le va limando la sventurata sua vita; se voi foste qui, non sarebbe forse perduta ogni speranza. Affrettatevi dunque per amore della sventurata madre vostra che va consumandosi di giorno in giorno per voi. Affrettatevi, se avete qualche pietà di figlio, e a questa vogliate posporre qualunque timore che possiate avere del Lautrec, di cui non vi sarà difficile scansare la collera."

Quella seconda lettura fece sul Palavicino una impressione assai più forte della prima. Un angore amarissimo lo vinse di tanta forza, che diede in lagrime, e gli entrò nell'animo un tal rimorso di non avere abbastanza pensato a quella povera sua madre, che più non sapeva darsi pace.

—Tristo, diceva tra sè, ed io poteva star qui in mezzo alle feste, mentre quella donna sventurata è in così orrenda condizione per me. E avrei ben dovuto pensare che un tal punto era inevitabile…. e avrei avuto a condurla qui con me, quale assai volte me ne venne il pensiero…. e lo avrei potuto…. Tristo dunque se non l'ho fatto! Io non saprò mai più darmene pace, mai più,

E cacciandosi le mani tra' capegli, a gran passi misurava la camera.