—Ahi, maledetto!! proruppe…. pure bisogna ch'io parta, bisogna ch'io parta! Temerei di offender Dio, dispererei del suo perdono, non avrei mai più pace, mai più, per tutta la mia vita, se potessi dimenticarmi di mia madre…. Per carità, Elena, per carità, s'egli è vero che voi avete alcun amore per me, esortatemi anzi a partire di subito! Mi sarete ancora più cara; più cara che ad uomo non sia stata mai donna di questo mondo.
—Va dunque, va, disse poi tosto al servo, ch'era impacciato assai di trovarsi presente a quella scena, va e fa quel che ti ho detto; che tra un'ora sia qui il fante e i cavalli; va, che si è perduto già troppo tempo.
Il servo partì.
Ci fu qualche momento di silenzio. La duchessa diede anch'essa di volta per la camera agitatissima, poi si gettò a sedere su d'una di quelle cassapanche che stanno nelle anticamere. Non sapeva più quel che si facesse nè quel che si pensasse. D'improvviso, come se le venisse una speranza:
—Avete fatto leggere la lettera al Morone? domandò al Manfredo.
—Egli non sa nulla.
—Convien pure ch'egli lo sappia, Manfredo. Lo chiamerò.
—Non fate, duchessa, non fate. Egli sarebbe ostinato a non lasciarmi partire, ed io non potrei obbedirlo. No, non fate; gli direte voi ogni cosa quando sarò partito.
—Sarebbe malissimo fatto il comportarsi di tal modo, io lo chiamo; e domandato un servo:
—Andate nelle sale, dite all'illustrissimo Morone che venga qui. Aspettate; fatelo passare nel mio gabinetto…. Manfredo, disse poi a lui rivolta; andiamo. Non è conveniente lo star qui, potrebbe venir gente, e i servi vanno e vengono di continuo, andiamo.