E il Manfredo, più sbalordito che altro, la seguì nel di lei gabinetto. Un momento dopo v'entrò anche il Morone, che, accorgendosi della commozione dipinta sul volto d'ambedue:
—Che c'è egli di così grave? domandò.
—Oh Dio!! Dategli la lettera Manfredo.
Questi senza parlare, gliela consegnò.
Intanto che il Morone leggeva, Manfredo continuava a passeggiare per camera.
—E così? disse il Morone quand'ebbe finito di leggere.
—E così, rispose la duchessa, costui ha fermo di partire questa notte medesima, ed ha già dato gli ordini perchè s'insellino i cavalli. Pensate voi s'egli non è un correre incontro alla propria rovina.
—Egli non ci andrà, disse allora il Morone con molta pacatezza e gravità, egli sa bene che la sua vita è preziosa, preziosissima, non tanto per lei stessa quanto per il suo paese, egli lo sa meglio di me; egli anzi lo ha detto a me più volte. Se in questo momento ei si recasse a Milano e giocasse la sua vita così, tradirebbe la causa per la quale ha fatto tanto frequenti e tanto solenni promesse; egli non partirà, ne sono certissimo.
Manfredo, intanto che il Morone profferiva queste parole, lo stava guardando attonito, ed era pallido come un morto. Dopo qualche momento cambiò atteggiamento, e guardando il Morone come uomo che stia supplicando un suo superiore, e con voce quasi piangente:
—Sentite, Morone, io vi supplico come non ho mai supplicato nessuno al mondo, io vi scongiuro come si scongiura la croce nei più gravi travagli della vita; lasciate che io vada a Milano, si tratta di mia madre; voi l'avete conosciuta quell'infelice; voi sapete quanto abbia dovuto soffrire per me. Sovvengavi poi, oh! vi sovvenga, che fu un tempo nel quale avete amata quell'angelica e dolce creatura di un ardentissimo amore; voi eravate ben giovane ed ella ancor fanciulla. Vi muova dunque a pietà la rimembranza di quegli anni lontani, non voler dunque permettere ch'ella abbia a morir disperata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui il labbro gli tremò per l'eccessiva commozione, il giovine volto tutto gli s'inondò di lagrime, e tacque.