Questo discorso mise il Palavicino in un imbarazzo assai più terribile di prima. Tornò a passeggiare su e giù per la camera inquietissimo, guardava or l'uno or l'altra, pareva gli ardesse il pavimento sotto a' piedi; il Servo intanto aspettava, il Morone e la duchessa tacevano.

A un tratto il Palavicino si fermò, parve assumere l'apparenza di un uomo che tenti spiccare il salto da un precipizio, gridò:—Io vado,—e si gettò a furia fuori del gabinetto. La duchessa si mosse di slancio sui passi suoi, chiamandolo altamente per nome; ma il Palavicino, afferrato il fante per un braccio, saltelloni gli fece discendere la scala, e uscì con lui rapidissimo dal palazzo di Marco Aurelio. Il Morone non si mosse, e non parlò.

Recatosi al suo alloggio, il Palavicino dispose le cose sue pel viaggio, a que' tempi lungo e disastrosissimo. Stabilì di condurre con sè due uomini a cavallo, che avrebbe poi lasciati molte miglia fuori di Milano per non fermare l'attenzione altrui. Sotto ai panni vestì una maglia di ferro intera, e caricò i cavalli di gravissime pelliccie, tanto per sè che pei servi. Così verso le quattr'ore di notte potè uscire di porta Belisario, e si mise in cammino, punto da un certo rimorso per essersi licenziato a quel modo dalla duchessa Elena e dal Morone.

L'inverno essendo di solito assai clemente a Roma, e in quell'anno segnatamente, camminò senza noje quella notte per un bel tratto di paese, sotto a un cielo tutto stellato, rinfrescato da uno spirare continuo di una brezza che metteva una tal quale alacrità nel sangue, e l'avrebbe messa anche nel Palavicino, se non avesse avuto con sè il grave fardello delle sue cure, che non gli lasciava aver tregua. Ma da Narni a Terni ebbe a viaggiare sotto una pioggia minuta e assidua che gli accrebbe a più doppi la già soverchia tristezza, e che l'accompagnò quasi sempre fin presso a Perugia.

Quando alzando la testa, vide a molta distanza, le alte torri di quell'antichissima città, senti tutto rimescolarsi per l'improvviso sopraggiungere di un affanno che da moltissimo tempo erasi dileguato dall'animo suo. Quando ne scorse la gran torre del castello e col pensiero vi corse per entro, la sventurata Ginevra gli ricomparve inanzi, e con quella quante angosciose memorie, e meste imagini e rimorsi!! Usciva da Roma, dove per poco aveva lasciata la donna che, tra brevissimo tempo, avrebbe fatto sua sposa. Gli tornarono allora in mente le prime proteste fatte alla Ginevra; le parole onde, nell'effusione dell'ardente amor suo, le aveva giurato che nessun'altra donna al mondo avrebbe mai avuto il suo affetto; pensando allora com'egli aveva attenute quelle promesse, come eran stati mutabili gli affetti suoi, ebbe ribrezzo e vergogna di sè stesso. Dato allora un tratto ai freni del cavallo e fermatosi, stette per lungo tempo a guardare la gran mole quadrata del castello, e penetrandovi coll'occhio della mente conturbata a considerar la Ginevra che, desolata, forse ne passeggiava le tetre camere, ne fu intenerito oltre misura, e sentì rinascere più ardente che mai l'amore per quell'infelice sua donna; se non che, rivolgendo la testa verso Roma, e involontariamente lasciandosi trascinare nelle splendide sale del palazzo Aurelio, gli ricompariva Elena dinanzi: crollò il capo indispettito, non potendo sopportare il cozzo di quelle due passioni, e fisse e rifisse gli sproni nel cavallo, che prese la rincorsa a galoppo. Ma sua madre boccheggiante sul letto, disperata, destituita d'ogni soccorso; ma la sua città squallida e deserta; ma Odetto minaccioso e terribile; tutte queste immagini gli si pararon contro d'improvviso e in una volta, mentre cacciava il cavallo a quel modo. I capelli gli si rizzarono per brividi di sotto al cappuccio, un vento gelato cominciava allora a soffiare dalle gole dell'Appennino.

Da Perugia volse il suo cammino per traverso, diretto alla volta d'Ancona. A Foligno aveva udito correr voci, che alcune galee di Francia e Spagna si fossero scontrate sull'Adriatico; perciò volle passare ad Ancona, desideroso di poter raccogliere altre notizie, che egli non poneva da un canto nessun fatto che menomamente toccasse la Francia. Giunto colà seppe che i legni francesi, aiutati da alcune galee veneziane, avevan recato qualche grave danno alla flottiglia spagnuola. Ogni più grave sciagura augurò a quella repubblica, considerando che, in quegli ultimi anni, in ogni occasione s'era sempre messa dalla parte della Francia, e richiamandosi in mente Bartolomeo d'Alviano suo generale, che tanto aveva contribuito all'esito della battaglia di Marignano, dopo la quale Milano era caduta sempre più basso di giorno in giorno, smarrì quasi ogni coraggio, pensando ai troppi inciampi che impedivano alla sua patria di riaversi.

Il Piemonte, o neutrale o amico della Francia, tutti i feudi di Romagna interessati a sostenere la Francia, Firenze egoista, Ferrara gonfia di poesia e di poeti, non curante di tutto il resto, e con amici di tal fatta d'ogni intorno, i Milanesi, con più ostinazione di tutti, nemici di Milano e degli Sforza. In questi pensieri se ne venne a Ferrara per la via di terra, per esser l'Adriatico, in quella stagione procelloso fuor dell'usato. Da Ferrara passato a Rovigo, trovò qui buon numero di Francesi comandati da Annibale ed Ermete, fratelli della Ginevra Bentivoglio. Seppe che Giampaolo Baglione li aveva caldamente raccomandati al governatore Lautrec, perchè li aiutasse a ricuperar Bologna, e il Lautrec, vedendo che col ritogliere al papa quella ed altre città importanti della Romagna e facendole ricuperare dai loro originarj padroni, veniva ad avere in questi degli alleati per necessità e per gratitudine, senza nemmanco domandare il consenso del re Francesco, che allora ad altro non attendeva che a darsi buon tempo, aveva concesso quelle truppe ai due Bentivoglio. Il Palavicino potè inoltre sapere, che il padre della Ginevra era morto da due mesi; con tali notizie che a qualche cosa gli potevano giovare, da Rovigo volle recarsi a Venezia di volo, per tentar più dappresso i misteri di quel Senato. Per quanto non gli lasciasse aver tregua il desiderio di riveder sua madre, non voleva por però da canto quanto si riferiva al maggior vantaggio del suo paese.

Da Venezia per altro, non avendovi trovato il fatto suo, difilato e viaggiando dì e notte per timore che mai non avesse ad arrivar troppo tardi, volse il suo cammino verso la Lombardia. Dopo cinque giorni di assai disagiato viaggio, si trovò a Cassano; qui lasciò i suoi famigli e riposò egli stesso una notte; e finalmente all'alba d'uno degli ultimi giorni di dicembre, tutto solo cavalcò verso Milano.

Faceva una mestissima mattina degli squallidi inverni della Lombardia. Il cielo coperto da una sola nube dappertutto eguale, non dava nessuna speranza di sole, ed era infatti da più di dieci giorni ch'esso non si mostrava affatto. Tirava continuamente un vento di tramontana crudissimo che alimentato da quell'infinito strato di neve che copriva tutta la vasta pianura lombarda, a vicenda ne manteneva la rigidezza; bianche le cime dei boschi; bianchi i tetti dei casali; bianche le acque agghiadate; non v'era luogo dove l'occhio potesse riposare un istante da quell'uguale bianchezza. E il cavallo, sprofondando nella neve fin oltre i garretti, a stento proseguiva, ed ogni tanto era costretto fermarsi. Allora il Palavicino, irrigidito nella stessa sua greve pelliccia, provava quella sensazione del silenzio universale, tanto particolare in un'immensa pianura, quando la densa massa della neve par che chiuda ogni adito ai suoni della natura, e dia uno squallore particolarissimo, anche a que' rumori ch'ella non può far tacere. Di tanto in tanto infatti, da qualche miglia lontano, perveniva all'orecchio del Palavicino il suono del martello d'un orologio che batteva l'ore, ma quel suono, reso muto e senza oscillazioni, anzichè rompere, accresceva la tetraggine del silenzio; di tanto in tanto dalle cascine gli perveniva qualche latrato, qualche muggito, qualche voce umana, qualche canto; ma tutto s'improntava di una tetra mestizia che gli pesava sull'animo. Egli proseguiva intanto a passo, e tutto immerso ne' suoi pensieri. Verso il mezzogiorno, parve che il sole tentasse di rompere quella densa caligine; ma mostratosi per qualche minuto, come un globo di sangue in mezzo ad esso, si celò poi di nuovo; e di lì a poco la nebbia, dalle regioni superiori, si. calò sulla terra. Trasparente in prima, a poco a poco si raddensò, e dopo due ore era sì fitta, che il Palavicino non vedeva gli alberi a trenta passi di distanza.

A metà viaggio, non avvisato dal rumore per la neve che lo impediva, nè avendo potuto accorgersi per la nebbia, gli si scoperse improvvisamente un convoglio di cavalli e cavalieri ch'egli non potè scansare, come avrebbe voluto. Erano quattro gentiluomini seguiti dai loro servi, quattro patrizi milanesi ch'egli conosceva, il conte Birago, il Figino, il Tornano, il Crivello; ai cavalli tenevan dietro alcuni somieri che trasportavan bagagli; era facile comprendere, che coloro erano in ordine di viaggiar lontano.