—Manfredo, entrò allora per la prima volta a parlare il conte Crivello, noi vorremmo che tu credesti alle proteste della nostra amicizia, che mai non fu tra noi, e che adesso ti esibiamo, ed è santificata dalla comune sventura; noi vorremmo che tu ascoltassi i nostri consigli. Non fummo banditi come tu credi; non abbiamo avuto, per noi stessi, fino ad oggi, a patir soprusi dalla Francia e dall'atroce uomo che ci governa; a noi non fu ancor torto un capello; pure abbiam cambiate tutte le nostre terre in oro sonante, ne abbiamo caricato i nostri cavalli; tutte le nostre sostanze sono qui, e dolorosamente emigriamo. Il solo spettacolo dell'universale miseria, quand'anche in un prossimo avvenire non avremmo intraveduta anche la nostra, bastò a spaventarci tanto da comandarci la fuga. Or pensa se a te conviene ritornare, che più volte fosti notato sulla tabella del capitano di giustizia, e quando la tua famiglia ebbe la prima a sopportare per te lo sdegno terribile di Odetto? Tuo padre fu spodestato di quanto aveva in Lombardia, se non lo sai, te lo dico, ed ora è a Parma, se pur vive ancora; un tuo fratello fu ucciso; gli altri fuggirono….Sappi ancora, che Odetto ti ha condannato nel capo ed ha posto una taglia sulla tua testa. Retrocedi dunque, per carità retrocedi e vieni con noi. Il Birago parlando di sè, ha espresso l'animo di noi tutti, che sentendoci colpevoli di averti offeso altra volta, ora ti serbiam gratitudine e ti amiamo. Vieni dunque con noi.
Il Palavicino non rispondeva; era sbalordito dall'enormità delle sue disgrazie e di quelle della sua famiglia, e per la prima volta sentì spuntare nell'animo un sincerissimo affetto pei fratelli e per suo padre, pel quale aveva tanto sofferto.
—Non hai tu incontrato altro convoglio lungo la via? gli domandò poi il Crivello.
—Non ho incontrato nessuno. Ma che vuol dire con ciò?
—Volevo dirti, che tutti provvedono alla propria sicurezza. Oggi partirono i Salvadego, i Rho, i Gallarate, i Marcellino, i Mariani, i Ferreri, tutti per Venezia, ove ci rechiam noi. Jeri il Besozzi e il Moriggi e il Lampugnani partirono per Nizza; è da più mesi che tutti i giorni parte qualcheduno, e parte per non ritornare mai più.
—Mai più? chiese il Palavicino scuotendosi; mai più, chi lo dice?
—Dove sono le ragionevoli speranze?
—In voi stessi ci dovrebbero essere, per Dio! In me ci sono, in me più sbattuto e più lacero di voi. Sette anni or fanno aveste troppa fiducia negli altri, ora non sapete più trovare nessuna speranza in voi stessi: per verità, quasi parrebbe che Iddio vi abbia maledetti.
—Ma che speranze hai tu?… Il Palavicino stette un momento in silenzio, poi disse:
—Il Morone è a Roma, ed egli pensa dì e notte a tutte codeste cose. L'acuta forza della sua mente vi è nota, ed è invero un gran conforto l'avere di tali uomini per concittadini. S'ei fosse nato re, tutto il mondo avrebbe sentito il suo benefico influsso; ma suddito a cittadino soltanto, provvederà a sanar le piaghe del suo paese ed a ridonargli il suo duca.