La nebbia, che a quell'ora s'era fatta ancora più fitta, lo liberò dal timore di poter essere facilmente riconosciuto. Così prese per la via più breve, diretto alla casa del conte Galeazzo Mandello, col quale voleva abboccarsi prima di recarsi dalla madre che, uscita com'era dalla casa paterna, la quale era passata al fisco, non sapeva dove di presente fosse ricoverata.
Sebbene egli si trovasse immerso nella massima tristezza, pure, entrato che fu in città, non potè non accorgersi del novissimo aspetto con cui questa gli si mostrava. Era giorno di martedì, e le botteghe eran chiuse come ne' dì festivi. Per la novità del caso non potè dunque trattenersi dal richiederne un buon popolano che gli camminava presso.
—Che vuol dir questo, buon uomo, ch'io non ho ancor trovato bottega che sia aperta?
—Vuol dire, caro signore, che i mercanti han dato licenza a tutti i loro lavoranti, e ieri sbarrarono le botteghe. Da che Milano è Milano non s'è mai veduta una cosa simile. Ma questa volta i mercanti fecero davvero orecchio da mercante, e il signor governatore, che dopo aver fatti domandare gli abati dei Paratici, impose loro una tassa di cinquantamila ducati da pagarsi tosto agli Svizzeri che han messo in campo certe loro pretese, questa volta non trovò la solita paura, e i nostri operai trovarono il coraggio nella disperazione. E tutt'oggi intanto che la città è in gran silenzio, e pochissimi vanno in volta, e la nebbia e il freddo e il ghiaccio, ch'è più terribile ancora di quel del dieci, ha fatto che ciascun cittadino stesse fermo nel suo proposito. Ben è vero che il Lautrec ne ha fatti prender parecchi, e in dodici ore si son commesse più atrocità che in dodici anni, e Dio sa a che si vorrà riuscire….
Il Palavicino, senz'aggiungere parola, impedito com'era dal pensiero incalzante di sua madre, continuava di corsa la sua via, per cui il popolano, credendo di non fermar molto la sua attenzione, a una svolta della contrada, lo lasciò di punto in bianco e se n'andò pe' suoi fatti.
Ma per quanto il Palavicino fosse assorto, potè pure accorgersi della squallida apparenza dei palazzi signorili. Intorno a quell'ora egli era sempre stato solito vederne le finestre riboccanti di luce, e per le porte e gli atrii un ire e redire continuo di cavalli, di cavalieri, di lettighe, di servi, di famigli, essendo l'ora in cui tutti i convitati si affollavano alle mense dei magnifici signori. Ma in quel dì non avrebbe potuto accorgersi dei palazzi, se non se per le alte e cupe facciate che rendevano ancor più nere le tenebre delle contrade. Del resto le finestre e le porte, chiuse in gran parte, erano indizio che le case, come quei castelli deserti per timore dei notturni fantasmi, erano state abbandonate dai loro padroni.
E sebbene il Palavicino avesse udito non esservi giorno in cui volontariamente non uscisse qualcuno dalla città, pure non avrebbe mai creduto si fosse giunto a quel termine. In quanto poi al popolo minuto, che la popolazione fosse ancora abbondante, glielo indicarono migliaia di fiammelle che dopo qualche momento si mostrarono luccicando dalle impennate delle casupole e delle catapecchie a diradare qualche poco la nebbia.
Ma sconfortato dalla vista di quegli squallidi prospetti, il
Palavicino affrettò più ancora il passo, e finalmente si trovò a San
Martino in Nosigia, innanzi al palazzo del conte Galeazzo Mandello.
Entrò, domandò del conte: gli fu risposto che non era in palazzo, ma che se avesse voluto lasciar detto qualche cosa, si rivolgesse al maggiordomo.
Il Palavicino, costretto a starsi di ciò contento, pregò gli conducessero innanzi quell'uomo ch'egli conosceva assai bene, e sapeva esser fidatissimo del conte.