—Discenderò in chiesa, disse; bisogna ch'io parli al priore, bisogna ch'io veda il luogo dove sta il corpo benedetto di mia madre.

—Sarebbe meglio vi fermaste ad aspettare il conte.

—Aspettarlo fino a mezzanotte? Non è possibile. Discendo dunque un momento in chiesa, e torno subito; siamo a tre passi; non ci può esser nessun pericolo.

—Fate come volete, ma Dio v'aiuti. Il Palavicino uscì e discese.

In quei momenti egli era così assorto nel pietoso pensiero della madre, che nel mondo e fuori di esso non v'era cosa nessuna di cui menomamente avesse coscenza. E quantunque il suo aspetto fosse tranquillo, era però quella calma solenne e funesta che promove le lagrime in chi n'è spettatore.

Entrò dunque in chiesa, si recò innanzi all'altare della Vergine, girò uno sguardo sul pavimento; e vi cercò una lapide; la scorse, diè un guizzo per tutte le membra, e vi si accostò; lesse il nome di Giulia Flisea Palavicino, quel nome così caro e così funesto, stette immobile a considerarne le lettere incavate nel sasso, poi vi s'inginocchiò sopra con una compunzione così religiosa, così scrupolosa, che idea non giungerebbe a comprenderla.

Nella chiesuola v'era uno scarso numero di persone che vi si eran raccolte per recitare la terza parte del rosario; tutte notarono la presenza di lui.

—Chi può esser mai quel giovane gentiluomo? disse uno.

—Lascialo in pace, e attendi a rispondere all'avemaria che recita il priore.

—Io vi attendo… però guardate anche voi che turbamento insolito è su quel giovane volto.